Un detective in manicomio Ecco il lato giallo del Gabibbo

Intervista con Lorenzo Beccati, voce del pupazzo di «Striscia la notizia», al suo secondo thriller storico. Ambientato nell’Ospedale degli Incurabili

Non chiedetevi come ha fatto, è giusto che resti un mistero. Ma leggendo Il mistero degli Incurabili di Lorenzo Beccati (ed. Kowalski, pagg. 311, euro 15) resterete di stucco. L’effetto - speciale e geniale - è quello di un affresco vivente. Un dipinto rinascimentale animato. Una scena di genere - Bruegel il Vecchio? O suo figlio, il Giovane? - che istantaneamente prende rilievo e movimento, con un cenno, un gesto maldestro: «Una bottiglia cade senza rompersi, e danza per un lungo istante», «La chiave picchia sul selciato, fa alcune allegre capriole e si ferma in un interstizio». O un polittico fantastico, un paesaggio visionario - È Bosch! È Bosch! È Il giardino delle delizie, vi convincete, tentati e sedotti già a pagina sette - che scorre via più smagliante di un sogno e più intrigante di un film. Meglio che andare al cinema. Perché nemmeno nell’oscurità confortevole della sala di proiezione vi è concessa quella singolare messa a fuoco, quel solitario “a tu per tu” con l’eroe che nella figura del suo ritratto lascia intuire un cuore che batte e nella forma del suo profilo fa intravedere un caleidoscopio di pensieri. Ma per vedere quel che accade dentro il petto e dietro la fronte di Pimain, l’irresistibile protagonista del romanzo, non servono trucchi di montaggio e regia, né girandole di pennelli e colori. Basta una linea di scrittura. E il filo di una voce. Quella del Gabibbo!
Beccati, 52 anni, da venticinque attivo in tv, è l’uomo che presta voce e battute al pupazzo e scrive i testi di Striscia la notizia. Fuori dagli studi e dentro il suo studiolo l’autore televisivo è lettore voracissimo. Scrittore finissimo. Innamorato inguaribile - «incurabile»: pazzo? - dell'arte di cercare storie e raccontarle. Doppia vita? Ma va. Il genio della sua scrittura è sostenuto (anche) dal gioco di Striscia. Prova ne sia il batticuore, la sorpresa, il divertimento, la pura felicità del lettore. Che cederà alle sue visioni come davanti al televisore.
Ma com’è che, a video spento, appare una veduta del Rinascimento? Uno scorcio di Genova nell'Anno Domini 1589, come l’avrebbe visto l’occhiata di un pittore...
«È esattamente questo», ride contento di aver colpito nel segno Beccati. «È proprio così che immaginavo la storia di Pimain e volevo apparisse. Quadri, va detto, ne vedo tantissimi. Del Cinque e Seicento ligure: Luca Cambiaso, Giovanni Andrea Carlone, il Genovese... Naturalmente Bruegel. E Bosch: artista “grottesco” per eccellenza. Dalla qualità del suo tratto i critici avevano preso l'aggettivo per definire i miei primi libri, Il barbiere di Maciste e Il santo che annusava i treni. Da un dettaglio del Giardino delle delizie, invece, salta fuori Pimain, “il guaritore di maiali” (è il titolo con cui Beccati esordì un anno fa nel thriller storico, ndr), protagonista anche di quest’ultimo romanzo. Ma prima di estrarlo dal dipinto, mi ci sono calato io, trovandovi tutta una messe di notizie e fatti storici sorprendenti. E una galleria di personaggi: il giudice e l'oste, il chirurgo e il protettore, il corallaro e il Doge. Il medico Gio. Batta con i suoi folli, gli Incurabili dell'Ospedale uccisi da un misterioso assassino. Frate Dolcino, la maga Clelia, la bella Maddalena... Li ho visti. Sono figure vive. Anche se i loro ritratti non esistono».
Quadretti e sagome di genere: il banchetto, l'osteria, il gabinetto dello speziale, la fantesca paffuta... E un romanzo di genere: un thriller, un giallo. Ma Il mistero degli Incurabili è molto di più.
«Eh, lo so, è un’altra cosa. Ma bisognava trovargli una collocazione negli scaffali delle librerie. Un’etichetta, che come tale è forse riduttiva. Sotto, per me c’è stato un grosso lavoro sui personaggi. Ho voluto dare a tutti loro uno spessore umano, un nome proprio, una caratterizzazione precisa, una storia speciale, un passato, un destino».
Sono figure che ti fanno compagnia. Pimain per primo ti conquista. Creandoli pensava di catturare i lettori? Perciò ha puntato sul giallo?
«Non penso tanto al pubblico mentre scrivo. Non escogito il modo per attirare la sua attenzione. Sono attratto semmai io stesso per primo dal personaggio. Pimain ha affascinato anzitutto me. “Indagatore”, mi ostino a chiamarlo. Non è esattamente un detective. L’idea del giallo è stata una trovata per divertirmi. Ciò che più mi preme è evitare la noia. Che bisogno c’è di cedere a lungaggini, entrare in descrizioni minuziose, in spiegazioni prolisse e verbose? La satira, lo humour si giocano tutti sulla sintesi. E sull’osservazione puntuale. Che ti aiuta a trovare la parola giusta, l’aggettivo esatto, la gag indovinata. In questo, i miei venticinque anni di tv sono stati un esercizio prezioso».
Maddalena: dama dall’aria zingaresca. E Rebecca: viso ovale, figura esile e sinuosa. Non proprio il tipo di bellezza femminile di cui si attornia il Gabibbo.
«È il mio tipo, però. Sarò un romantico, avrò un debole per la donna ideale. Ma una ragazza così l’ho conosciuta davvero. Avevo 15 anni. È ancora mia moglie».
Ecco un ricordo personale. Oltre a Genova. Oltre alla storia dei maiali: com’è che è autobiografica?
«Non ci crederà, ma i miei genitori - tutti e due braccianti - quand’ero piccolissimo e andavano a lavorare in campagna, mi lasciavano nella porcilaia. I numeri che non dovevano inventarsi il giorno che si ammazzava la bestia. Mia madre mi prendeva e mi portava lontano in bicicletta per non farmi sentire le grida umane della vittima designata e dei suoi compagni di branco. Tra i maiali ci sono letteralmente cresciuto. Perciò ho tanta simpatia per loro».
Si capisce che c’è intesa. Pari a quella che il loro guaritore Pimain ha per i pazzi dell’Ospedale. Non guariranno, ma ci si può prendere cura di loro.
«Si deve. Accadde proprio a Genova per la prima volta in Italia che agli Incurabili si accogliessero dei malati di mente. Da allora la condizione dei folli è profondamente mutata. Certo migliorata dopo la legge Basaglia. Ma si potrebbe fare ancora tanto. Cominciando per esempio col portare a questi uomini dall’intelligenza così strana e diversa un sincero rispetto. Come fa Pimain, che stabilisce con ciascuno di loro un contatto e pretende di chiamarli col loro vero nome, e non con quello della malattia di cui soffrono. Le parole cambiano tutto. Ormai di dice portatori di handicap, si dice diversamente abili. E si dice ancora pazzi. Io, senza inventare nulla, azzarderei Incurabili...».