Deve smettere di aver paura della modernità

L’articolo di Geminello Alvi mette le dita negli occhi. Alla destra politica, denunciandone le amnesie di governo. E alla destra intellettuale, smascherandone la pigrizia. Ma, visto che il prodismo è un virus di medio periodo, il tempo dell’opposizione è il momento propizio per riflettere. Cos’è mancato alla destra al governo? Alvi dice un «mito», ma si potrebbe anche dire una visione. Decine e decine di provvedimenti sfornati dai ministri, risultati ottenuti e certificati, ma nell’assenza di un quadro di insieme, di una «grande narrazione» da proporre all’opinione pubblica per tenere fede agli impegni: essere una forza di modernizzazione del sistema e di rivoluzione sociale, fondata sul merito, la competenza e l’interesse nazionale.
Alcune battaglie simboliche, come una radicale riforma del pubblico impiego, sono state accantonate per non inimicarsi qualche quota di clientele. Alcune altre, come nel campo dei diritti civili, non sono state tentate: se si fosse affrontato da destra il tema delle unioni di fatto, e delle possibili soluzioni non ideologiche a questo problema, non ci troveremmo di fronte al tentativo di sfasciare la famiglia passando per i Dico. Altre ancora, e Alvi fa benissimo a citare la mancata destatalizzazione delle politiche culturali, non sono state nemmeno pensate, seppellendo contemporaneamente Giovanni Gentile e Antonio Gramsci, e continuiamo a osservare inermi il rinnovamento della sinistra per via cinematografica, televisiva e spettacolare.
Cosa manca ancora alla destra? La capacità di uscire, una volta per tutte, dalla sua rappresentazione caricaturale, in qualche caso autocaricaturale, che vuole la destra - tanto quella politica quanto il suo controcanto intellettuale - necessariamente reazionaria, blandamente nostalgica, impaurita dalla modernità, paesana più che strapaesana, intimorita dalla sana circolazione delle idee. La destra «politicamente corretta» non è quella che cerca, anche esercitando la funzione di autocritica e di innovazione - e pure di serena rilettura della «sua vera tradizione, sinora rimossa», ha scritto Pietrangelo Buttafuoco - di interpretare e magari governare il presente spiazzando l’avversario su quelli che ritiene riserve privilegiate di caccia (nuova cittadinanza, pluralismo culturale, ecologia, immaginario popolare, culture metropolitane, libertà economica e solidarietà sociale, immigrazione, sviluppo locale). È, al contrario, quella che l'avversario s’aspetta e pure auspica, quella tronfia di idee che - per dirla con Marco Tarchi - «non hanno il benché minimo rapporto con le dinamiche della società contemporanea».
La destra politicamente corretta, parafrasando Adriano Romualdi, è quella che vuole mandare i giovani a letto presto la sera. Ci si lamenta dell’assenza di dibattito, ma ogni volta il dibattito, quando non ripropone le solite parole d’ordine, produce l’allarme di qualche «strappo». Un esempio recentissimo: lunedì scorso, in un forum organizzato da Alleanza nazionale con una quarantina di intellettuali, è stato sufficiente evocare un dato storico - «l’antropologia intrinsecamente politeista» dell’homo italicus, cosa che non c’entra niente con il ruolo centrale del cattolicesimo nella storia italiana - per scatenare una surreale cagnara intorno alle derive relativiste, o addirittura neopagane (!), della destra. C’'è voluto Michele Serra per lodare la volontà di pensare «una destra di chiara fede repubblicana».
In quel forum si discuteva di «modello italiano»: come pensare l’identità nazionale nel terzo millennio, ribaltando la sindrome dell’«anomalia italiana» e superando il senso di inferiorità che spinge a guardare all’estero (gli Stati welfaristi per certa sinistra, il mondo angloamericano per certa destra) per risolvere i problemi di casa nostra.
Una «visione» da destra del presente, oggi, significa uno Stato forte nelle decisioni, sussidario nei processi di rappresentanza e garante delle libertà sociali («l’agire italianissimo ch’è solidale solo nel particolare», dice Alvi), un patto repubblicano che forgi cittadini e non sudditi annoiati, un nuovo Rinascimento che valorizzi l’enorme ricchezza culturale italiana. Fatti gli italiani, bisogna rifare l'Italia.