Diaconale e l’Olocausto nucleare

Non si può dire che Arturo Diaconale indulga all’ottimismo in questo suo Iran-Israele. Olocausto nucleare (Koinè Nuove Edizioni, pagg. 112, euro 9,50, prefazione di Francesco Cossiga). Preoccupato, con tutte le ragioni del mondo, per l’attivismo apocalittico di quell’omino buffo e terribile che risponde al nome di Mahmoud Ahmadinejad, Diaconale pronostica il peggio per Israele, e anche per un’Europa molle e compromissoria. Il presidente iraniano, ricorda, vuole l’arma atomica e vuole la cancellazione dello Stato ebraico dalla carta geografica. Il secondo obbiettivo dipende dal raggiungimento del primo. «L’enorme disparità territoriale tra i due potenziali nemici - spiega Diaconale - rende l’Iran pressoché inattaccabile ed Israele fin troppo debole ed esposta. Cento bombe non possono distruggere l’intero territorio iraniano. Una sola bomba può cancellare il cinquanta per cento del territorio e della popolazione israeliana».
L’obiezione ovvia a questo ragionamento è che Israele ha tanti amici, e Ahmadinejad non ne ha quasi nessuno. Ma il pamphlet di Diaconale - il termine pamphlet non vuol essere riduttivo ma solo indicare una pubblicazione intensamente polemica, e per questo unilaterale - dà all’obiezione una risposta agghiacciante. «Se mai lo Stato ebraico dovesse sparire a causa dell’Olocausto nucleare, il mondo occidentale non farebbe una piega».
Il discorso di Diaconale discende da un interessante parallelismo storico che occupa le prime pagine del volumetto. Diaconale apparenta la nascita di Israele alla creazione dei Regni Cristiani di Gerusalemme con le crociate. Quasi un millennio separa le due esperienze. Tuttavia Diaconale sottolinea che sia i Regni cristiani sia Israele «scaturirono direttamente dalle vicende politiche e sociali che si svolgono nel vecchio continente», in entrambi i casi un pezzo d’Europa si trasferì in quella che per i cristiani è Terra Santa e per gli ebrei la terra dei padri. I Regni cristiani sono scomparsi. Può allo stesso modo scomparire anche Israele? La risposta di Diaconale è sì.
«Il giorno in cui la maggioranza dell’opinione pubblica americana si allineerà alla convinzione della maggioranza dell’opinione pubblica europea e si convincerà che Israele è un problema, o meglio è il problema, lo scudo (degli Usa, ndr) si frantumerà in mille pezzi. Come per la Chiesa e l’Europa cristiana alla fine dell’epoca delle crociate. Nel momento in cui i Regni Cristiani di Gerusalemme cessarono di essere i figli dell’esuberanza del vecchio continente unito da una religione in ripresa e pervaso da fermenti espansionistici, e diventarono un freno ai commerci, un ostacolo alla pace, cioè un problema, Chiesa ed Europa abbandonarono al suo destino l’enclave cristiana in medio oriente».
Non condivido, almeno non al cento per cento, questa cupa ottica. Ritengo che nel tempo - il nostro - dell’estrema sofisticazione tecnologica la barba inquietante di Ahmadinejad valga meno d’un centro di ricerca occidentale. Ma l’analisi di Diaconale aiuta a riflettere. Estote parati.