Diamanda Galàs sul palco tra blues e poesia

Antonio Lodetti

da Milano

L’ultimo appuntamento della rassegna La Milanesiana, stasera al Teatro Dal Verme, s’intitola «Architetture tra esili e libertà» e vede sul palco il poeta Adonis in un reading del suo Exiles e un concerto di Diamanda Galàs basato sui brani del disco Songs of Exile. La Galàs, sacerdotessa apocalittica dal talento straordinario ed eccentrico, ha una estensione vocale incredibile (quattro ottave dai bassi agli acuti più agghiaccianti) tra cambi di registro, urla sataniche, abbandoni melodici e rumorismo. «La mia è la voce dei perdenti, ma dei perdenti che combattono - dice la Galàs - l’arte è una battaglia, per creare la vera arte devi essere un guerriero, buttarti contro il nemico e sopportarne le conseguenze». Così nelle sue opere canta la morte per Aids (traendo spunto da un racconto di Poe ha scritto Plague Mass), il genocidio di armeni, siriani e greci negli anni Venti (Defixiones, Will and Testament), canta, o meglio fa vivere poeti come Cesar Vallejo, Paul Celan, Miguel Huezo Mixco. «Dicono che canto la morte, ma le mie sono parole di speranza; canto la realtà, che spesso è tremenda e cerco la strada della salvezza dalla distruzione». I suoi spettacoli sono strani riti - apprezzati tanto alla Royal Festival Hall di Londra tanto al festival Il violino e la selce di Fano diretto da Franco Battiato - che incrociano musica, poesia, letteratura, filosofia. Difficile, anzi impossibile descrivere il suo canto, che a tratti si trasforma in un terribile urlo ferino, a tratti si estende melodioso, a tratti si trasforma in un rombo cupo distruggendo ogni barriera di genere e stile. «Il mio motto è: prima di’ a te stessa cosa vorresti essere, poi fai ciò che vuoi. Così fondo la cultura americana con le mie radici greche alla ricerca di una forma espressiva totale». In un’interpretazione di tecnica e sentimento che non ha termini di paragone, la Galàs esegue tra l’altro Artemis di Gerard de Nerval, The Desert di Adonis, Si la muerte di Mixco e il blues tradizionale See That My grave Is Kept Clean attribuito a Blind Lemon Jefferson.