Diane Arbus, l’America senza sogni

Il suo modo di ritrarre è una sorta di indagine antropologica

nostro inviato a Londra
La bellezza di Diane Arbus aveva qualcosa di opaco, una Louise Brooks senza malizia né mistero. L’autoritratto di quand’era incinta rimanda a un corpo comunque magro, appena coperto da un paio di buffe eppure sexy mutandine, gambe nervose, seno pieno, capelli lunghi e un’assurda frangetta, il volto perplesso più che imbronciato. Diane aveva allora vent’anni e negli altri trenta in cui visse quell’opacità divenne come più rastremata, asciugandole il fisico, mettendone in evidenza i lineamenti. Era una bellezza malinconica e un po’ smarrita, noncurante e quindi incredula, fragile. Quando si uccise qualcuno scrisse che si trattava di un suicidio con una sua logica ma non una necessità, comprensibile ma non inevitabile, un quieto lasciarsi andare in un giorno qualunque quando d’improvviso ti chiedi «perché no?» e osservi la vita scorrere via dalle tue vene.
La mostra Revelations al Victoria&Albert Museum (fino al 15 gennaio), la più completa finora curata su una fotografa figlia dell’upper class ma attratta dalle devianze, fisiche, sociali, psicologiche, economiche, è una sorta di buco nero dell’altra America che Diane Arbus investigò e inseguì, catalogò e ritrasse: il compendio quasi di un Paese reale eppure ignorato che viveva a fianco di quello ufficiale e perciò conosciuto. Non c’è traccia nelle sue foto del maccartismo o del sogno kennedyano, dei campus universitari o della guerra del Vietnam, della cultura underground o dello star system di Hollywood. E tuttavia pochi fotografi prima e dopo di lei sono riusciti a darne un’immagine così lancinante e così profonda, così radicalmente diversa eppure esatta. Sorta di Alice piombata nel Paese delle meraviglie, Diane si ritrovò a fotografare al di là dello specchio, dove «tutti sembravano quello che non erano», ovvero tutti erano l’esatto opposto di ciò che volevano apparire.
Più che una fotografa la Arbus fu un’antropologa e in questo consiste la sua grandezza e l’unicità del suo sguardo. Nel brulichio indistinto di una nazione che celebrava l’individualismo, l’affermazione personale, si rese conto dell’esistenza di una sorta di geografia sociale che la attraversava in lungo e in largo, ritagliando ogniqualvolta al suo interno spazi in cui minoranze d’ogni tipo trovavano un’appartenenza e una ragion d’essere. In queste comunità marginali, ma autosufficienti, i membri avevano i loro rituali di iniziazione, una gerarchia, un linguaggio, luoghi di aggregazione. Immersi nel maelstrom della civiltà industriale, nel culto del progresso e del consumo, a uno sguardo superficiale offrivano la copertura data dall’accettazione formale delle regole del gioco sociale. Ma bastava, appunto, andare al di là dello specchio per verificarne l’inesauribile vitalità, la mitologica fantasia di un «altrove» e di un «altro». «Il tratto distintivo di ogni minoranza è la differenza. Di nascita, di scelta, di fede, di casualità. Ogni differenza è anche una somiglianza. Ci sono associazioni, gruppi, club, ambienti per ciascuno di essi. E ogni ambiente è un piccolo mondo, una subcultura con i propri ordinamenti. Non ignorarle, non mischiarle, ma guardarle, prestarle attenzione, prenderne nota...».
Dai nudisti ai sadomasochisti, dai travestiti agli adepti di nuove religiosità, dai body builders agli artisti da fiera e ai fenomeni da baraccone, dai frequentatori di concorsi di bellezza ai difensori della propria etnicità, dai membri di associazioni patriottiche ai membri di gang motoristiche, ogni traccia di diversità viene dalla Arbus inseguita e catturata, ma senza che questo includa una condanna o un’assoluzione: esistono, e lei le registra. Ma perché ciò sia possibile deve prima vincerne le diffidenze, le incertezze... Come ogni antropologo che si rispetti, nello studiare una nuova tribù deve comunque guadagnarne la fiducia, penetrarne lo spirito, i rituali, in qualche modo farli propri.
Pittrice dilettante, la Arbus sa benissimo che ciò che l’ha allontanata dalla pittura è l’incapacità di inventare e ciò che l’ha portata alla fotografia è la consapevolezza di scoprire. Ma sa altrettanto bene che ciò che l’obiettivo inquadra non è la verità. «C’è un punto fra ciò che tu vuoi che gli altri conoscano di te e ciò che non puoi impedire che gli altri invece afferrino. Ed è quello che io ho sempre chiamato il gap fra l’intenzione e il risultato». È questo «gap» che lei rincorre in tutte le sue fotografie.
È probabile che in questa ricerca della diversità Diane cerchi una compensazione alla «umiliazione della ricchezza» sentita fin da piccola: l’essere in fondo anche lei diversa ma nell’unica maniera vincente e riconosciuta, quella del benessere sociale, quella che innalza un vetro protettivo fra sé e il resto del mondo e ti fa vivere al sicuro come in un acquario, certa di non incontrare mai pesci di un’altra specie. Mentre la differenza che lei cerca è minoritaria proprio perché più debole, segreta proprio perché in qualche modo colpevole. Ed è altrettanto probabile che un intero mondo fatto di devianze, e che della propria devianza fa la sua ragion d’essere, diventi alla fine un peso difficile da sopportare proprio da chi esteriormente ne coglie anche gli aspetti più tragici, più grotteschi, e pur volendo comprenderne le ragioni sa che quelle ragioni non saranno mai le proprie.
In questo lungo viaggio al termine della notte la Arbus arriva a un certo punto lì dove più avanti non si può andare e però non ha più senso cercare di tornare indietro. Lavora intorno a un volume fotografico su una casa di cura per donne, giovani e anziane, affette dalla sindrome di Down. «È la prima volta che incontro un soggetto dove la molteplicità è la cosa. La più strana combinazione fra la crescita e l’infanzia». Il libro non vedrà la luce, ma mai come in queste immagini dolenti dove la minorità psichica mima i rituali della normalità - la festa di Halloween, le capriole nei prati - ma li trasforma in un personale mistero, dove la vecchiaia ha un sorriso bambino e la giovinezza grinzosità adulte, lei è stata così vicina al cuore del mondo, alla pietà e alla stanchezza dell’amore, all’insopprimibile peso del dolore.