Dietro il velo il nuovo volto dell’Iran

Da Abbas Kiarostami a Shirin Neshat, artisti e intellettuali raccontano il proprio Paese al mondo occidentale

«Ci troviamo, anzi, siamo come incastrati, da qualche parte tra il famoso Le mille e una notte di Shahrazad e il terrorista barbuto con la moglie vestita come una cornacchia»: le parole di Marjane Satrapi descrivono bene sia l’immagine stereotipata che l’Occidente continua a nutrire nei confronti dell’Iran sia, a un livello più profondo delle coscienze, la latente schizofrenia di un Paese dove le giornate si dividono - equamente, a quanto pare - tra sensualità esotica e fanatismo religioso.
Da questo punto di vista Chi ha paura dell’Iran? (Sperling&Kupfer, pagg. 188, euro 15) è un libro in cui circolano energie contraddittorie e istruttive: «Volevo raccogliere - racconta Lila Azam Zanganeh, curatrice del volume - voci di artisti che vivono in Iran o all’estero che dessero al mondo occidentale una visione non falsata della loro patria. Desideravo smitizzare, eliminare idee preconcette, e mostrare il volto umano della Repubblica Islamica. Ho bussato così alla porta dei migliori intellettuali di tutte le generazioni e nessuno di loro mi ha negato un saggio o un’intervista». Gli interventi del libro sono quasi tutti di artisti cosmopoliti. Iraniani, certo, ma paradossalmente quanto vicini alla realtà del loro Paese? Quanto è ampia la separazione tra loro e la reale condizione del popolo? «Il divario tra intellettuali e popolo può essere vero per tutti i Paesi. Il sogno marxista credette possibile eliminarlo, ma sappiamo com’è finita. Penso che i partecipanti a questo libro, come ha detto bene uno di loro, Shirin Neshat, non hanno voluto parlare in nome del popolo - questa è la funzione dei politici o dei rivoluzionari - ma dare un frammento della loro visione, dei loro sogni. E nella polifonia di tutte queste voci è possibile distinguere i diversi colori dell’Iran, in sfumature inedite».
Alcuni dei nomi presenti nel volume sono molto noti: il regista Abbas Kiarostami, la narratrice a fumetti Marjane Satrapi, Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, Shohreh Aghdashloo, prima attrice iraniana nominata agli Oscar per La casa di sabbia e nebbia. «L’incontro più interessante è stato quello con Kiarostami», racconta Lila. «Eravamo sulla Costiera Amalfitana, a Ravello, per la Settimana della Persia organizzata da mia madre, Nilou Zanganeh, che scrive anche versi in italiano sull’Iran. Kiarostami era lì per presentare il suo film Tickets. Credo non si sia tolto mai gli occhiali da sole. Parlammo per ore di cinema: mi colpì la sua intenzione di continuare a lavorare in Iran nonostante le difficoltà, perché per lui è l’unico posto dove gli è possibile catturare le emozioni umane».
Ed è proprio da queste che i saggi del libro prendono forma, raccontando senza astrazioni la vita quotidiana, sesso compreso, all’epoca dei mullah. Come nell’intervento, il più erotico di tutti e dal sapore pasoliniano, di Azadeh Moaveni, in cui si narra di lussuose case di appuntamento, sesso di gruppo, festini. «Il saggio di questa scrittrice coglie soltanto una parte della verità. È vero che ci sono orge di quel tipo a nord di Teheran, ma certo non nelle aree rurali o nelle piccole città. La Repubblica Islamica è un posto molto strano del Medioriente, perché la libertà sessuale convive da anni con il conservatorismo più estremo».
Ad ogni modo, ritorna la schizofrenia: da una parte l’intensa nostalgia per un Iran che non tornerà più, quello precedente la rivoluzione di Khomeini del 1978, prospero e occidentalizzato come il Libano dei tempi d’oro, e dall’altra la sommessa euforia, soprattutto femminile, per un’inevitabile liberazione dalla teocrazia soffocante: «Oggi nella Repubblica Islamica le donne hanno accesso all’educazione e rappresentano la maggior parte degli studenti universitari. Sono incoraggiate a votare alle elezioni e ricoprono incarichi pubblici. La contraccezione è apertamente ammessa e in alcune zone del Paese, e solo in alcune, si sentono libere di esprimere la propria sessualità in privato». Questo significa che hanno perso la fede religiosa? «Non del tutto. Molte, mentre frequentano gli studi universitari e allacciano relazioni con i coetanei, rimangono praticanti, e infilano nella conversazione di tutti i giorni versetti coranici. Altre, invece, restano molto conservatrici riguardo i rapporti sociali, il matrimonio, l’educazione dei figli».
Tutto questo dicotomico stato di cose ha una data d’inizio: l’8 gennaio ’78. Quel giorno una folla di seminaristi sciiti reclamò per le strade della città santa di Qom il ritorno dell’ayatollah Khomeini, contro lo Scià e la sua sottomissione agli interessi dell’Occidente. I fucili della polizia lasciarono sul terreno venti manifestanti: primi martiri di una rivoluzione che per i quattordici mesi successivi sconvolse il Paese, trasformandolo, sotto gli occhi stupefatti del mondo, in una polveriera di ardore politico e religioso. Ancora oggi la verità metaforica della terribile frase di Khomeini, «lasciate che l’Iran sanguini per dare forza alla rivoluzione», non smette a suo modo di essere vera.
Lila Zanganeh lo sa, perché ha sfiorato gli eventi: «Sono nata nel 1976, a Parigi. L’anno dopo passai un mese in Iran, ma a causa della rivoluzione non vi feci più ritorno. Crebbi parlando persiano con i miei genitori, ascoltando storie sulla patria perduta, allo stesso tempo tragiche e fantastiche. Ma soprattutto fui circondata da gente del mio popolo: ogni notte mia madre invitava cinque o dieci persone che erano in esilio, pittori, scrittori, architetti, politici. L’argomento era sempre uno soltanto: l’Iran. Cosa è successo? In che misura dobbiamo ritenerci responsabili? Chi siamo adesso? È per rispondere a tali domande che ho voluto questo libro. Ma il prossimo sarà su Vladimir Nabokov».