«Dietro la violenza dei ghetti c’è il tabù della guerra d’Algeria»

nostro inviato a Parigi
È l’allievo prediletto di Edgar Morin uno dei grandi pensatori della nostra epoca. E, come il suo maestro, Gil Delannoi si fa notare, nel rigido mondo accademico francese, per l'originalità e talvolta la spregiudicatezza, delle sue analisi. Ricercatore capo alla facoltà di scienze politiche di Parigi, Delannoi commenta con il Giornale la rivolta delle banlieue.
Le interpretazioni ricorrenti non la convincono del tutto, perché?
«Abbiamo sentito che la protesta è stata provocata dalla ghettizzazione o dalla povertà. Tutto giusto, eppure c'è un aspetto che viene sempre scansato: quello che riguarda l'integrazione delle popolazioni postcoloniali, soprattutto di origine maghrebina. È un tema che suscita molti imbarazzi».
In che senso?
«Nel senso che chi proviene dalle ex colonie spesso ha più problemi di identità rispetto ad altri. Ad esempio: gli ebrei non hanno alcuna difficoltà a conciliare l'essere ebrei con l'essere francesi. Lo stesso accade con i cinesi, i turchi, i filippini. Un'identità più un’altra fa due, senza difficoltà. Ma per chi è di origine maghrebina un’identità, quella francese, più quella d’origine, fa zero. Nessuno lo riconosce, eppure i sintomi sono stati numerosi negli ultimi anni».
Ad esempio?
«L'episodio più clamoroso è quello che risale alla partita di calcio Francia-Algeria svoltasi nel Duemila. Il pubblico fischiò la Marsigliese, fischiò i giocatori della nostra nazionale nonostante la maggior parte di loro fossero figli di immigrati, indicati come un modello di integrazione. Sul 4 a 0 invase il campo. Contestavano la Francia, ma al contempo non facevano il tifo per l'Algeria: non si sentivano né francesi né algerini».
Perché questo tema è un tabù?
«Della guerra di Algeria si parla, ma solo come fatto storico o cinematografico. Tutti evitano di analizzarne l'eredità in riferimento ai problemi odierni. La Francia è persuasa che un immigrato sia uguale all'altro. Ma quello d'Asia è diverso da quello maghrebino che a sua volta è diverso da quello latinoamericano. Ognuno ha specificità e culture proprie che nell'ambito di una politica d’integrazione andrebbero considerate singolarmente. Invece da noi l'unico parametro è l'identità francese. E nascono i guai... ».
Ma perché la questione maghrebina è più urgente delle altre?
«Perché è la comunità più numerosa e perché ancora oggi genera fenomeni singolari. Quando Chirac va in Algeria viene assediato dalla gente che gli chiede un visto per la Francia, ma quando va in Turchia o in Egitto, questo non accade. È la dimostrazione che esiste un problema specifico».
E come risolverlo?
«Rompendo un tabù, portandolo alla luce del sole nella sua dimensione reale. Una volta identificato il problema, cercare soluzioni specifiche. Ci vorrebbe tra Parigi e Algeri un gesto altrettanto audace di quello di riconciliazione compiuto da francesi e tedeschi nel 1945, che ha aperto la strada alla cooperazione».