Le difese d’ufficio di colleghi e critici

Il "Corriere della sera" non ha paura di rileggere fatti storici "cruciali" come fascismo e Resistenza, ma di fronte agli inciuci dei salotti letterari preferisce uniformarsi. Perché?

La storia si scrive sempre due volte, ama ricordare Paolo Mieli. Al quale, per inciso, alcune storie, come quella di dirigere il Corriere della sera, piace anche ripeterle. Comunque, la prima volta è quella in cui i vincitori tramandano la loro versione dei fatti, demonizzando gli avversari sconfitti oppure cancellandone la memoria. La seconda è quella in cui lo storico ricerca documenti e testimonianze che mettono in dubbio le versioni precedenti, spazzando via - quando è il caso, cioè frequentemente - la vulgata tradizionale. Un insegnamento aureo che di per sé si può (e si deve) applicare non soltanto alla «grande» Storia dei popoli, degli imperi e delle nazioni, ma anche alla «piccola» storia della cultura, della letteratura e dell’editoria.

Ora, pare strano che proprio il direttore del Corriere della sera Paolo Mieli e il suo vicedirettore con «delega» alla Cultura Pierluigi Battista - due studiosi prestati al giornalismo, campioni di quella prospettiva revisionista senza la quale la Storia è miope, se non cieca - si siano in questi giorni arroccati su una posizione difensiva rispetto a una polemica come quella sollevata dallo scrittore Carlo Sgorlon e rilanciata dal Giornale a proposito dei silenzi che la critica e i salotti letterari di sinistra per decenni hanno riservano agli scrittori «non allineati». Una posizione inconsueta per intellettuali del calibro di Mieli e Battista, e scivolosa. Tanto da far precipitare in spiacevoli «infortuni» (dai quali peraltro nessun quotidiano è esente), come quello di cui è rimasto vittima ieri il Corriere: pubblicare cioè un articolo dal titolo «La replica di Sgorlon: non sono di destra» in cui si accusa il Giornale di aver strumentalizzato lo scrittore friulano, proprio il giorno in cui lo stesso Sgorlon firmava sulle nostre pagine una lucida denuncia contro un gruppo di intellettuali che solo per una semplice coincidenza si è ritrovato per una volta a prestare volti e nomi a quella camarilla culturale, pseudoprogressista, salotteria e radical chic, della quale nessuno, men che meno Mieli e Battista, possono negare l’esistenza.

Il Giornale non ha strumentalizzato nessuno, e non è caduto in alcun vittimismo. Ha solo messo in evidenza un fatto oggi difficilmente contestabile (e Dio ci scampi dal rispolverare la vexata quaestio dell’egemonia culturale della sinistra...), e cioè che è esistito, e continua in modi diversi a esistere anche oggi, un «potere» - non istituzionalizzato, certo, ma efficacissimo - che si autorecensisce, autoelogia, autopremia, autopromuove, a discapito di singoli autori, anche di superiore valore letterario, che da quel potere sono esclusi, per motivi ideologici o confessionali o per innato spirito «anarchico».

Dedicare ben tre articoli in una settimana, come fa il Corriere della sera, al «caso Sgorlon» ostinandosi a sostenere che dietro lo sfogo dello scrittore non ci sia una banale verità, significa difendere vecchie posizioni, significa chiudere gli occhi, cioè accettare la vulgata senza avanzare dubbi, cioè scrivere la storia una volta sola. Quella dalla parte dei «vincitori».

Dalle incursioni revisioniste siamo tornati alle battaglie di retroguardia. Perché? Perché due grandi giornalisti come Mieli e Battista che sul Corriere della sera così come su altri giornali nei quali hanno lavorato sono stati protagonisti di coraggiose battaglie contro il settarismo della sinistra, contro la lettura «unidirezionale» della Resistenza, contro la ghettizzazione di autori «eretici» e libri «scomodi», oggi invece sembrano fare un passo indietro? In decine e decine di loro articoli così come in decine e decine di loro trasmissioni televisive, nella autorevolissima Stanza che fu di Montanelli come nella rubrica - a suo modo precorritrice e profetica - «Quante Storie» su Panorama, Mieli e Battista hanno sempre proposto riflessioni e chiavi di lettura assolutamente anticonformiste in materia - solo per citare alcuni temi «caldi» - di risorgimento e antirisorgimento, fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo. Arrivando in alcuni casi a sdoganare o «recuperare» fantasmi della storia come le Insorgenze antigiacobine, la Vandea o i Cristeros messicani che giusto un cattolico tradizionalista di ferro, come ne abbiamo frequentati tanti, oserebbe fare pubblicamente. Perché in quei casi ci furono così tante (sacrosante) «aperture», mentre oggi, di fronte a un fatto molto meno eclatante come il caso Sgorlon, così tante (inspiegabili) «chiusure»?

Il Giornale non ha sposato la causa di Sgorlon per motivi di «umanitarismo culturale», non ha strumentalizzato nessuno, non vuole fare vittimismi, di per sé non vuole neppure difendere scrittori «emarginati» o «dimenticati» che sanno difendersi benissimo da soli (e il «vecchio» Sgorlon lo ha dimostrato ieri). Il Giornale vuole solo tentare, quando è il caso, di «scrivere» alcune storie (anche letterarie) una seconda volta. Fornendo ai suoi lettori, a proposito di alcuni autori, di alcuni libri, di alcune vicende della nostra editoria e della nostra cultura, una versione diversa rispetto a quella scritta, letta e ripetuta in tanti salotti e in tante terrazze da intellettuali dei quali nessuno mette in dubbio il valore, ma neppure la partigianeria.
Abbiamo fatto anche dei nomi, e tanti altri se ne potrebbero fare.

Ma finché non saranno fatti tutti, e finché tutti non riconosceranno l’esistenza di un «potere» in grado di influenzare le fortune e le sfortune non diciamo letterarie ma almeno editoriali di un autore piuttosto che di un altro, non riteniamo sia il caso - come si augura il Corriere - «di voltare pagina e passare a un capitolo più stimolante».