Le difficoltà del cronista alle prese col monopolio romeno della criminalità

Se gli antichi romani, nel periodo della loro massima espansione, furono definiti raptores orbis (più o meno «predatori del mondo»), i moderni romeni, nel periodo della loro immigrazione incontrollata, possono senza ombra di dubbio essere definiti raptores urbis, cioè predatori dell’Urbe (almeno a giudicare dai 26 arrestati ieri in poche ore). Abbiate pazienza: si tratta di un gioco di parole poco politically correct, nonostante il ricorso al «latinorum», soprattutto alla luce delle polemiche che hanno accompagnato e seguito i tragici fatti di Tor di Quinto e non solo. Come si ricorderà, sia il ministro dell’Interno Giuliano Amato, sia l’allora sindaco Walter Veltroni, sembrarono preoccuparsi più che delle violenze in sé, soprattutto delle reazioni che potevano derivare dalla diffusione delle notizie sulle violenze commesse da immigrati provenienti da Bucarest e dintorni. In quel clima si cominciò a dire che non c’era alcuna corrispondenza tra la diminuzione dei reati e la crescente percezione di insicurezza che serpeggiava tra i cittadini. E si tentò di far passare l’idea che se la gente aveva paura a uscire di casa la notte, la responsabilità era soprattutto della stampa e dell’informazione televisiva che «gonfiavano» l’allarme.
Veltroni, che era già in corsa per fare il leader del Pd, con la collaborazione del sindacato regionale dei giornalisti, fece organizzare un corso riservato ai cronisti romani per insegnare loro come valutare e come riportare le notizie di cronaca nera. Tra i «docenti» del corso c’era l’assessore comunale alla Sicurezza Jean Leonard Touadi. Non solo. Qualche giorno dopo, Luciano Violante, come presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, convocò a Montecitorio i direttori di tutti i Tg nazionali per rivolgere loro la stessa preghiera, cioè di non esagerare nell’occuparsi di fatti che potessero far dilagare il senso di insicurezza tra la gente.
Sarebbe bello che qualcuno di questi politici desse consiglie pratici a noi, umili operatori dell’informazione, su come ci si deve comportare quando, come ieri, il «mattinale» delle forze dell’ordine fornisce l’elenco dei reati commessi e i nomi degli arrestati e viene fuori che in poche ore sono finite in manette 26 persone tutte di nazionalità romena. La stranezza della circostanza è nel fatto che i reati, di ogni genere, sono stati commessi in vari quartieri della città e addirittura in diverse zone dell’hinterland romano, ma l’elemento che accomuna ogni sorta di irregolarità è quello della nazionalità degli autori dei reati.
Allora si pone il dilemma: che cosa fare per evitare che la diffusione delle notizie possa ingenerare o far aumentare la percezione di insicurezza tra i lettori? Si potrebbe prendere come pretesto la cronica mancanza di spazio nelle pagine di cronaca per ridurre drasticamente l’elenco dei reati commessi. Oppure si potrebbe evitare di fornire i nomi degli arrestati o, magari, dare solo le iniziali in modo da far sparire tutte quelle inquietanti “u” finali.
Ancor meglio, si potrebbe ignorare semplicemente che si tratta solo di romeni. Si potrebbe, infine, evitare di sottolineare che si tratta di arresti effettuati solo dai carabinieri. L’effetto (di evitare di «gonfiare» la notizia) si otterrebbe comunque.
In ogni caso, per accontentare Veltroni, Amato e Violante, bisognerebbe operare qualche forzatura a quelli che sono - e, speriamo restino ancora a lungo - i doveri di ogni buon cronista: trovare le notizie, controllare le fonti, fare i dovuti riscontri e... pubblicarle. O no?