Il dilemma di Rutelli sulla Metro C

Esordire con «noi l'avevamo detto», ora sarebbe fin troppo scontato. E allora si può ricordare che «l’aveva detto» già nel 2003 con una dettagliata relazione la Soprintendenza per i Beni archeologici capitolina, presieduta da Adriano La Regina. E prima ancora, alla metà degli anni ’90, la onlus Italia nostra assieme a numerosi esperti e addirittura sottosegretari di governo. Così ieri, quando proprio Italia nostra ha annunciato che la Sar ha dato parere negativo sull’impatto archeologico della metro C nella tratta centrale, è sembrato quasi di assistere a un film già visto. Divieto di procedere con i lavori fino a data da destinarsi (se mai ci sarà) nelle stazioni Venezia, Chiesa Nuova, Argentina (già soppressa) e piazza Risorgimento, ha sentenziato la Sar dopo la conclusione degli infiniti scavi preliminari. E lo ha fatto con un rapporto firmato dal soprintendente Angelo Bottini e inviato lo scorso 24 gennaio al ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli. Che per un beffardo scherzo del destino è anche il candidato sindaco di Roma del centrosinistra. A lui quindi la patata bollente: garantire la tutela dei beni archeologici come le sue prerogative di ministro gli imporrebbero, oppure bypassare il parere (vincolante) della Soprintendenza e puntare a un nullaosta per proseguire i lavori, pensando magari a un possibile ritorno in Campidoglio? Giovedì scorso il Consiglio superiore per i Beni culturali non ha sbrogliato la matassa. Il motivo dello stop? l’attuale progetto è troppo invasivo per il sottosuolo. Troppi i reperti ritrovati, troppo alto il rischio di sventrare le enormi ricchezze di Roma antica. E pensare che proprio nel suo ultimo giorno da sindaco, il 13 febbraio, Walter Veltroni aveva affermato: «Abbiamo dimostrato che si può realizzare un sistema di metro che passa nel cuore della città, dove c’è la nostra archeologia». E mentre lo diceva, la relazione della Sar in cui si decreta l’esatto contrario giaceva già da 20 giorni nei cassetti di Rutelli. Quale futuro quindi per la metro C? Tornano in mente le riflessioni del presidente di Roma Metropolitane, Chicco Testa, quando a marzo la stazione Venezia stava già per saltare: «Se la tratta centrale diventasse irrealizzabile - confessava Testa - allora bisognerebbe ripensare l’intero percorso». Perché qualora, come promesso dal Comune, la tratta esterna della «C» Pantano-San Giovanni venisse davvero inaugurata nel 2011, gran parte dell’utenza proveniente dalla popolosa periferia sud-est della Capitale si andrebbe a riversare sul nodo di scambio con la «A» San Giovanni, portandolo rapidamente al collasso. Oppure c’è l’opzione del cosiddetto «modello Torino» adottato dal Campidoglio per la linea D. La «metro leggera» ad automazione integrale riproposta ieri dal presidente di Italia nostra Carlo Ripa di Meana e dal consigliere Antonio Tamburrino: «Siamo davanti - hanno spiegato - a una nuova bocciatura del progetto definito modello romano. Un progetto giurassico e costoso e che per salvare l’archeologia - il cui strato è a 15-20 metri sottoterra - ha previsto due tunnel separati larghi 10 metri, a 35 metri di profondità e lunghi chilometri, collocando così autentiche portaerei nel cuore di Roma». «Portaerei» dalle quali poi i passeggeri devono risalire: ed è per realizzare i pozzi di ventilazione che arrivano i guai. O meglio, sono già arrivati.