Il dio eterno che vuole morire

L’antica India ha forgiato l’immagine di un misterioso dio della morte: immortale, Yama decide di morire tracciando per primo il cammino oltremondano che attende ogni uomo. Così diviene il re dei trapassati e il capostipite degli umani, l’origine e la fine: Yama affida la vita e si presenterà un giorno a reclamarla. L’uomo vedico contempla la terrificante visione di Yama a cavallo di un bufalo nero, deciso a riprendersi i soffi vitali e a fare di lui un pitr, un antenato. Il pensiero indiano getta così le basi per un’elaborazione filosofica più tarda che evolverà verso un’idea della morte che divenga meditazione sull’arte di vivere. Temi presenti in Il gemello solare, di Charles Malamoud (Adelphi, pagg. 244, euro 30, traduzione di Vincenzo Vergiani).
Figlio di Vivasvant, il sole raggiante, il dio dei morti è gemello di nome (Yama può voler dire «costrizione» ma anche «gemello») e di fatto. Ma se lui annuncia la morte, la sorella Yami anela alla vita; tanto lui definisce il limite per eccellenza, quanto lei vorrebbe essere l’inizio della stirpe umana. E in effetti Yami prova a sedurre il gemello perché insieme diano vita al primo uomo. L’accoppiamento non avverrà, perché Yama rappresenta la regola per eccellenza ed è quindi il custode del dharma, la legge cosmica che non può essere sovvertita dall’incesto. Ma l’uomo nasce lo stesso e in seguito Yama raggiunge la dimora dove stabilirà il suo regno. La gemella ne piange la perdita e ogniqualvolta le viene chiesto di Yama, risponde: «è morto oggi». Siamo in una dimensione temporale continua che precede il tempo ordinario, e in cui la vacca nera della notte giace assieme alla vacca fulva del mattino. Mossi a compassione dal dolore di Yami, gli dei procedono a una riorganizzazione cosmogonica («creiamo la notte»), dando inizio retroattivamente alla successione dei giorni, perché il dolore di Yami trovi cornice nel passato e scolorisca.
Sono delineati qui alcuni tratti rielaborati poi dalla filosofia vedanta e buddhista: l’orrore per ogni attaccamento e brama, il distacco nei confronti dello scorrere del tempo, l’ipersensibilità verso la trappola esistenziale (tutto è dolore, affermerà la prima verità del Buddha, un dolore che non risparmia nemmeno gli dei). «La morte veglia sugli esseri», dice in un poema di Kalidasa il vecchio maestro al re Aja, colpito da un doppio lutto. «La morte è la natura fondamentale degli esseri corporei. La vita è soltanto una deviazione. Che una creatura resti viva anche un solo istante, è già un favore».