«Diritti umani? Meglio parlare d’economia» Esordio con gaffe per Hillary Clinton

WashingtonI diplomatici, insegna un antico detto, sono, o dovrebbero essere dei «gentiluomini che mentono nell’interesse del loro Paese». Adesso Hillary Clinton, capo della diplomazia americana, pare voler sperimentare una variante di questo adagio: interpretato da lei, un diplomatico (a cominciare dal segretario di Stato) è invece una donna che dice cose vere anche quando queste mettono in imbarazzo il governo e il Paese che lei rappresenta.
Ne ha dato già un paio di esempi, durante il suo viaggio inaugurale come braccio destro di Barack Obama nella gestione degli affari internazionali. Si è concentrata - o l’hanno concentrata - sull’Asia orientale (considerata evidentemente più urgente dell’Europa e non così scomoda come il Medio Oriente) e lei ha interpretato il mandato così: cercando di stabilire con gli interlocutori rapporti più personali e «umani» di come li gestiva, per esempio, l’ormai mitico Henry Kissinger, tutto affari e niente sorrisi. Invece Hillary, per esempio a Giakarta, ha portato i saluti personali di Barack ai suoi vecchi compagni di scuola (l’attuale presidente ha frequentato le scuole elementari in Indonesia), poi è apparsa in uno spettacolo televisivo di varietà. Poi è andata a Seul e lì ha invece mescolato consigli «da donna a donna» a una giovane sposa sudcoreana con un severo monito alla Corea del Nord per le sue ambizioni nucleari. E fin qui niente di nuovo, anche se proprio con Pyongyang la defunta amministrazione Bush aveva concluso un accordo considerato soddisfacente.
Ma nella vera e propria gaffe c’è cascata, non si sa per caso se deliberatamente, quando ha sollevato un argomento tabù, «rivelando» quello che tutti sapevano, ma di cui nessuno parlava, e cioè le pessime condizioni di salute del dittatore nordcoreano Kim Jong Il e dunque implicitamente il problema della successione. Che terrorizza molti nella Corea del Nord, ma ne imbarazza quasi altrettanti nella Corea del Sud, il cui governo si sforza, comprensibilmente, di saperne più che può e nel fingere di interessarsene il meno che può.
Ma finora siamo nel pettegolezzo o poco più in là. Il vero «strappo» con la diplomazia americana tradizionale è venuto a Pechino dove la Clinton ha dichiarato pari pari che i diritti umani sono certo una cosa importante e bella, ma che in questo momento non debbono interferire o peggio ostacolare le relazioni tra Washington e Pechino perché la precedenza va data alla cosa che conta veramente: la collaborazione economica per cercare di salvarsi, e salvare il mondo, da una recessione così feroce e tenace che alcuni cominciano già a chiamare con il nome superproibito di Depressione. Proprio così: «È essenziale che gli Stati Uniti e la Cina abbiano rapporti positivi di cooperazione. I diritti umani non possono interferire nella crisi economica e neanche nella minaccia dei mutamenti climatici e nelle crisi che riguardano la sicurezza». Non è che sia proprio proibito parlare del Tibet, per esempio, o dei dissidenti illegalmente detenuti in Cina. Però non sarebbe carino, potrebbe mal disporre l’interlocutore, di cui l’America non ha mai avuto tanto bisogno: da anni il Tesoro Usa ha sostenuto un ricorso sistematico al denaro facile stampando quantità record di buoni del tesoro che ben pochi americani acquistano, nella certezza che li avrebbe rilevati quasi in blocco la Cina. Proprio adesso è in arrivo un quantitativo record e i cinesi hanno promesso di continuare ad aprire il portafogli. Meglio, però, non disturbarli con discorsetti irritanti. E far infuriare semmai Amnesty International che, saputa la notizia, si è detta «scioccata» ed «estremamente delusa» dal segretario di Stato.