Il disastro del «no» al nucleare

Egidio Sterpa

Il referendum più disastroso per la nostra economia fu quello del 1987, che cancellò i programmi nucleari italiani. Lo stiamo verificando in concreto oggi, ma i suoi effetti negativi sono in atto da tempo. Siamo il Paese in cui l’energia costa più che in altre parti del mondo. Il che si riflette sui costi dei nostri prodotti. Importiamo energia elettrica da Paesi che non hanno rinunciato, come sconsideratamente abbiamo fatto noi, al nucleare, dalla Francia, per esempio, le cui centrali atomiche distano pochi chilometri dalle nostre frontiere, sicché il rischio d’essere contaminati, che ci ha indotti nel 1987 a fare marcia indietro, permane tutto.
Fu certamente determinante per il nostro «no» l’incidente alla centrale russa di Chernobyl nel 1986, ma vi contribuirono non meno gli allarmi degli ambientalisti, ai quali si associarono i socialisti, allora al governo, nella illusione di attirare i consensi dei «verdi».
Che sia stato un disastro lo ha avvertito con chiarezza l’uomo della strada messo di fronte alla realtà delle vicende internazionali che hanno visto Putin minacciare di tagliare il rifornimento del gas all’Ucraina, mettendo in forse anche gli approvvigionamenti delle nostre centrali. Siamo gas-dipendenti per oltre il 60 per cento del nostro fabbisogno di energia, mentre altri Paesi d’Europa lo sono per meno del 25 per cento, potendo contare peraltro sul 31 per cento di energia nucleare da essi prodotta.
Il disastro provocato dal referendum dell’87 si misura nella perdita di molte migliaia di miliardi di lire. Spegnemmo centrali nucleari costate investimenti inestimabili. Bruciammo capitali colossali, investimenti in esperimenti scientifici, disperdemmo incoscientemente intelligenza e cultura indispensabili al processo di modernizzazione del Paese. Furono soppresse centrali a Latina, Montalto di Castro (la sola convertita poi a olio e gas), Caorso, Trino Vercellese, furono azzerati programmi che prevedevano nuovi impianti nucleari. Un dato che deve far pensare: esistono nel mondo poco meno di 500 centrali nucleari, mentre noi, illusi, ci crediamo al sicuro nella nostra immaginaria isola di benessere. Quanta irrazionalità e demagogia.
Oggi siamo in Europa il Paese più debitore verso le fonti di energia. L’importazione di gas, petrolio ed energia nucleare assorbe parecchi miliardi di euro. La fetta più rilevante va a chi ci fornisce gas, che per un terzo alimenta centrali elettriche, per un terzo l’industria e col resto gli usi domestici.
Il lettore non consideri noiosa questa serie di dati e relative annotazioni. Si tratta di una gravissima questione che vede in gioco il futuro del Paese. Il consumo di energia, come è facile prevedere e come del resto ci dicono autorevoli esperti, aumenterà, e certamente crescerà il costo delle importazioni. C’è chi prevede che il petrolio arrivi fino a cento dollari al barile. Non è un’iperbole, se si pensa che pochi anni fa era a poco più di venti e oggi ha superato anche i sessanta dollari. Di conseguenza saranno fatali aumenti da altre fonti.
Quale sarà il riflesso sulla nostra economia? Saremo inevitabilmente oggetto di condizionamenti, se non addirittura di ricatti. Sta qui la necessità di riflettere seriamente sulla grande e fondamentale questione dell’energia. Possiamo rimanere per sempre e del tutto nelle condizioni di dipendenti da produttori di gas e petrolio? Chi ci garantisce che potremo sempre contare sull’approvvigionamento proveniente dall’estero, via mare o via tubo? Che accadrebbe alla nostra economia se per un qualunque motivo, politico o economico decisioni di un trust delle fonti di energia ci provocasse un lungo blackout?
Ecco i grandi interrogativi che una classe dirigente responsabile deve porsi, per ricavarne decisioni ponderate, razionali. Occorre riconsiderare - questo il problema da non sottovalutare - il «no» al nucleare del 1987.
Non ci si può far bloccare dalla demagogia e dalla irrazionalità di forze politiche che cavalcano tesi irragionevoli spesso solo a fini elettoralistici.
È grave che Prodi, che si candida a governare il Paese, si dichiari, senza offrire soluzioni alternative realistiche e possibili, contro il nucleare. Ed è un’utopia parlare, come taluni ipotizzano, di soluzioni eoliche o solari. Non sta certo qui la sicurezza economica del Paese. Senza alcuna compiacenza, che non fa parte del nostro patrimonio culturale e morale, plaudiamo al ministro Scajola, che con grande senso di responsabilità non ha esitato a riproporre l’opzione nucleare.