Disintegrazione antieuropea

Nell’arco di dieci anni - dal 1996 al 2006 - la popolazione straniera residente in Italia è aumentata di circa due milioni di persone. Il trend di crescita dell’immigrazione è esponenziale: negli ultimi cinque anni la popolazione straniera è aumentata di 1.180 mila persone, con una media annua di 236 mila unità. I dati dell’Istat sono la cartina di tornasole di un fenomeno che è come il vento - non si può fermare - e tuttavia va governato. Se la geografia ha fatto dell’Italia un naturale porto di transito dei migranti, il governo la sta trasformando nella portaerei dei clandestini. A tutt’oggi sappiamo solo che aumentano, ma non ne conosciamo il numero. Le migrazioni sono l’essenza della storia dell’umanità e l’Italia non può sfuggire a questo fenomeno che crea paure, incertezze, nuove sfide. Siamo stati «un popolo con la valigia», le nostre famiglie hanno conosciuto la diaspora e il distacco dalla Patria e dunque non si può certo dire che il popolo italiano - di qualsiasi appartenenza politica e estrazione sociale - sia indifferente al problema di chi cerca un futuro migliore. Proprio su quest’ultimo aggettivo, «migliore», bisogna soffermarsi. Perché un Paese è civile quando accogliendo lo straniero riesce a concedergli un’opportunità, non quando apre la frontiera e contemporaneamente chiude la porta di quel futuro migliore che cercava. Non è accoglienza quella che lascia lo straniero nelle grinfie del crimine. Per questo il governo di centrodestra aveva cercato di governare il problema con una legge - la Bossi-Fini - tutt’altro che repressiva (a meno che non si voglia credere alla propaganda), ma attenta a agganciare l’ingresso dello straniero al posto di lavoro. È una regola elementare che vale in tutta Europa, ma il disegno di legge del governo Prodi scardina questo principio. Mentre Francia, Gran Bretagna e Spagna varano norme più selettive sull’immigrazione, l’Italia sceglie la strada opposta. E addirittura in Parlamento c’è il rischio concreto che lo sponsor diventi qualcosa di più: l’autosponsor, l’immigrato che paga il suo ingresso di soggiorno in Italia. Uno dei tanti punti sui quali manca l’accordo nella maggioranza. Ma anche il semplice ritorno al meccanismo dello sponsor (un soggetto che garantisce l’ingresso dello straniero nel nostro Paese) è un segnale allarmante perché apre un varco alle organizzazioni criminali pronte a finanziare l’ingresso di chiunque per disperazione sia disposto a ripagare con gli interessi un investimento iniziale in fondo molto basso. Pensino i nostri lettori alla capacità organizzativa e finanziaria della mafia cinese, ai clan dediti alla tratta di esseri umani, ai mercanti della droga in cerca di nuovi «cavalli» su cui far correre gli stupefacenti. Sono problemi enormi che il governo sembra voler ignorare. Il distacco del principio per cui il lavoro è la conditio sine qua non per entrare a far parte della comunità italiana è frutto di un’impostazione ideologica altermondialista che dà solo frutti cattivi. Con le stesse lenti distorte si sono dipinti i Centri di permanenza temporanea come «lager» (tra parentesi, istituiti dalla legge Turco-Napolitano), con gli stessi pregiudizi politici si vuole introdurre l’incredibile e surreale strumento del «rimpatrio volontario». Come se vi fosse qualcuno disposto a tornare all’inferno dopo aver pagato migliaia di euro a un «traghettatore» dallo sguardo famelico per uscirne. Paradossi di una politica del compromesso a tutti i costi, capace non di produrre soluzioni, ma complicazioni. Giuliano Amato è uno dei pochi ministri di questo governo che conosce i problemi globali, ne ha fatto tavolo serio di discussione nel forum bipartisan dell’Aspen Institute, sa che metà della popolazione mondiale vive in Paesi dove il tasso di fertilità è inferiore ai decessi, sa che l’Europa ha bisogno di immigrazione per fronteggiare il declino della forza-lavoro, sa che il Vecchio Continente non potrà fermare un’ondata migratoria che parte dall’Africa e dal Medio Oriente, ma sa anche che su quest’onda sta surfando la grande rete della criminalità e del terrorismo e sa che tutto questo produrrà tensioni crescenti nella popolazione. Sa tutto questo, ma fa uscire dal tavolo del Consiglio dei ministri una legge-delega senza copertura finanziaria, sa tutto questo ma deve cedere alle richieste della sinistra radicale che fa demagogia e punta all’immigrato come potenziale elettore e non come persona. Più che integrare, si disintegra, più che dimostrare capacità di accoglienza si scivola nell’indifferenza. Sarebbe questa la sinistra dei diritti?