A diventare un «Io» non si impara da soli

La coscienza individuale non si crea in modo automatico, va costruita e insegnata. Alle radici dell’Occidente c’è l’idea di persona a cui i romani hanno dato status giuridico. Altre civiltà, come quella cinese, non l’hanno fatto

Ho assistito qualche sera fa, in un noto teatro di Milano, alla presentazione dell’ultimo libro di Mario Capanna, dedicato come sempre al Sessantotto. Le mie intenzioni, lo ammetto, erano leggermente malevole: passare una serata in compagnia di chi si sente reduce, respirare l’aria del reducismo, tra Capanna, gli Stormy Six, Ricky Gianco e compagni.
La parte parlata della presentazione è andata un po’ diversamente (poi sono arrivati i musici e con loro il reducismo si tagliava a fette). Soprattutto hanno parlato gli amici di Capanna, quelli che non hanno fatto molta fortuna ma che, in compenso, sono rimasti amici. E l’amicizia è sempre una bella cosa.
È vero che la deriva ideologica cominciò quasi subito (e quando comincia quella le amicizie imperiture lasciano il posto al puro calcolo, come mostra Dostoevskij, i cui «demoni» tutto sono tranne che amici), però colpisce il fatto che Capanna e soci volessero salvare quel punto di bellezza, l’unico vero patrimonio di quell’avventura, perché il resto - per esempio il contributo del Sessantotto alle grandi battaglie degli anni successivi (divorzio, statuto dei lavoratori, aborto) - è tutto da discutere.
I grandi assente di quella sera sono stati due: il primo è Praga, come si fa a parlare del Sessantotto omettendo completamente Praga? Il secondo è l’io: se i pionieri di quella stagione negano che la loro azione fosse targata dall’ideologia marxista, resta il fatto che il presupposto collettivista è presente fin dal modo in cui queste persone raccontano la loro esperienza. Che è sempre e comunque l’esperienza di un «noi», che però non giunge mai all’io.
Certo, l’io non sta da solo. Il solipsismo è una malattia dello spirito, perché l’uomo, come diceva Novalis (e prima di lui la Bibbia), è un dialogo. Guai all’uomo solo!, grida il Qohélet. Però Dio chiama gli uomini uno per uno. Abramo. Mosè. Elia. Giona. Davide. Ciascuno col suo carattere, con i suoi pregi e i suoi difetti. Persone.
Ho letto con molto interesse gli interventi di Geminello Alvi e di Giordano Bruno Guerri, con i quali concordo in gran parte, e dopo la serata con Capanna mi è sorto naturale un raffronto di quello che avevo visto con le loro parole.
Come i lettori del Giornale sanno, ho compiuto alcuni mesi fa un viaggio molto istruttivo in Cina. Un coltissimo professore di Pechino mi spiegava come, a suo parere, la differenza tra il suo mondo e il nostro dipendesse essenzialmente dalla diversa struttura dei due imperi: quello cinese, appunto, e quello romano, che a suo parere ha stabilito in modo decisivo la fisionomia del mondo occidentale. L’impero cinese, mi diceva, si è basato sugli amministratori e non sulle leggi e sull’esercito, come quello romano. I romani hanno dato uno statuto giuridico al concetto di «persona», mentre i cinesi non l’hanno mai fatto. In risposta, gli ho ricordato la frase del Vangelo: «Cosa darà l’uomo in cambio di sé stesso?». Lui ha annuito e ha detto che proprio qui stava la differenza tra i due mondi.
Il contributo che vorrei dare agli interventi di chi mi ha preceduto sta in un’osservazione molto semplice. Alvi e Guerri hanno preso in esame, con molta acutezza, i fattori di dissoluzione dell’io: io vorrei aggiungere che, però, l’io non va da sé. L’io non è qualcosa che esiste automaticamente. Sarebbe come dire che lavorare è una cosa automatica. No, lavorare costa fatica, ma solo se accettiamo liberamente di compiere questa fatica possiamo capire che il lavoro è una cosa umana.
L’umano non va da sé, così come l’io. In questo senso, l’allarme lanciato da Guerri sulla scuola centra il punto della questione perché lo strumento più efficace di massificazione coincide con quello che dovrebbe essere uno strumento di edificazione dell’io. L’io va educato, altrimenti non esiste. E va educato secondo quel nesso con tutta la realtà, secondo quell’esigenza di totalità, che è la vera natura della ragione - a meno che non vogliamo ridurre la ragione a una faccenda di sassolini e bastoncini.
Non confondiamo l’io con l’individualismo. Quest’ultimo mantiene un rapporto di diffidenza, sospettoso e in qualche modo rattrappito con la realtà. La grande personalità ci si presenta sempre, viceversa, con tratti di generosità, con una capacità di dare ampio credito al mondo. Non ha paura di perdersi.
L’io si educa attraverso la conoscenza. La scuola non produce massificazione solo attraverso i suoi programmi (a questo credo meno) ma rinunciando al proprio dovere principale, che è appunto quello di trasmettere conoscenze. In una scuola di Parigi, mi diceva un amico, un’insegnante si è sentita dare della nazista dai colleghi perché voleva insegnare ai ragazzi la grammatica francese.
Un uomo che non riceve un’adeguata introduzione alla realtà, in che senso può essere un uomo libero? Ciò che mi dà pensiero è constatare che la voglia di essere liberi cala anno dopo anno, come se non ce ne importasse più niente. La necessità di sottoporsi a una disciplina appare sempre più astratta, una fissazione per vecchi. Qui il problema non è più politico, se mai lo è stato. Non è un problema di riforme (che pure ci vogliono). È un problema di motivazioni, è un problema di senso. Non intendo solo i riferimenti ideali o i principi morali, ma qualcosa di più: un amore, una passione, una riconoscenza, insomma: un «sì» da dire adesso, a qualcuno.
Perciò la mia domanda è: quali sono, oggi, in Italia, le risorse di senso a nostra disposizione? E, se le conosciamo, che cosa facciamo per salvaguardarle?