Le dolci colline dell’eros e della vita

Così l’uomo è rimasto incantato davanti alla femminilità

Ci furono seni, all’origine immaginosa dei tempi, capaci di imprese superbe. Quelli di Maya, dea primordiale degli indiani, cantata nel Ramâyana, colmarono il vuoto cosmo con il latte arcano, oceano di amrita, bevanda vitale, che gli dei frustarono con il serpente, coagulandola nel fertile burro, pilone del mondo. Per questo i saggi tantrici indovinavano nel candido alimento il pensiero e il seme, agile mongolfiera interiore per ascendere al centro ombelicale del tutto. Concordavano anche gli alchimisti, per i quali il Latte della Vergine era la pietra filosofale, culmine di ogni sapere, che mescolata al rosso sangue, sulphur et mercurius, i germi universali, con sagace cottura produceva l’oro massiccio. La greca Gea, la Terra antenata degli uomini, elevava seni come montagne all’eros di Urano, il primo cielo, che incurvandosi l’irrorava di pioggia seminale.
Irradiavano vita, quei seni di rocce e di foreste, e un poeta francese, Roger Gilbert-Lecomte, sognò di rinascere Anteo, il gigante che duplicava la ciclica forza sfiorando il suolo, la scorza della Madre, la Terra stessa, per gustare anche lui, scolaro dei miti «il ritmico ritorno al paese di antenascita», per rituffarsi nel grande seno «a deporre l’offerta/ Del balsamo e del veleno/ Cieco annientamento nei sotterranei dell’essere». Memore dei fatti, l’americano Sidney Lanier si vanta nei suoi versi di aver scalato sovente, fino alla cima dei suoi capezzoli, i seni della terra, titanica genitrice, grandi come colline, per bere quel succo materno «un po’ più vicino al cielo». E chissà che un’ancestrale memoria di quel potere con sia radicata nella tradizione delle focacce di «terra di Betlemme», rigenerate da stille del latte di Maria e consumate dalle balie per favorire il nutrimento.
Non fu da meno Era, la sposa di Zeus, seni generosi, che sprizzarono latte da un polo all’altro del firmamento, finché la Notte, come ricorda, ispirato, Alfred De Musset, «scosse le pieghe della veste/ di madreperla, e al celeste rivo/ un letto fece di diamanti», pulviscolo di astri nel lattiginoso della galassia. Gocciolando dalle stelle, il liquido prodigioso si fece giglio, più tardi stendardo di purezza rigenerante per arcangeli come Gabriele, messaggeri dell’innocenza a madonne dal grembo ancora sigillato. Si moltiplicavano, i seni, sul petto mostruoso e ipnotico della polymastòs, l’Artemide di Efeso dalle mammelle infinite, idolo in cui la fede ingenua e fantasticante scorgeva la Signora, la Potnia Cibele, allattatrice di ogni vita, mentre i razionalisti, come l’erudito latino Macrobio, optavano per un’allegoria della Natura naturans, ebbra di generazioni: e solo gli antropologi più arditi e miscredenti azzardano che quel trionfo di rotondità siano testicoli sacrificali di toro, a grappolo, sfacciato trofeo del potere della madre che ingloba ogni forma vivente, maschio incluso. Lattante d’eccezione per i seni di Iside: il faraone d’Egitto, che ne succhiava forza e immortalità. E tanto ne avanzava che 365 ciotole sacrali colme, una per ogni alba dell’anno, circondavano la tomba di Osiride, il Sole, infondendogli l’energia per risorgere infallibilmente dall’estinzione notturna. Allattare era adottare: il faraone figlioccio prediletto della dea. Un tema che ritorna nell’esperienza mistica di San Bernardo, fratello adottivo di Gesù, in quanto eletto fruitore della Vergine, la Maria lactans delle pie, intenerite immagini cristiane.
Decisamente più vicini a noi i seni di Venere. I poeti ribadiscono che affiorarono, insieme a tutto il resto, dal mare. E Rainer Maria Rilke, Nascita di Venere, ne stila una cronaca radiosa, entusiastica. «Nei più teneri rami delle vene/ nacque un bisbiglio e il sangue incominciò/ a rombare nelle sue vie profonde./ E questo vento crebbe e si gettò/ nei seni nuovi con tutto il respiro,/ riempiendoli e premendoli finché/ come vele di lontananza colme,/ spinsero a spiaggia la fanciulla lieve». Seni come vele di una stupenda barca di carne, la bagnante divina che travolse fantasie di pittori e s’intrecciò con l’immagine disarmante delle sirene e perfino con la polena - la nave è donna - simile a quella che Pablo Neruda ricorda di avere raccolto sulle sabbie di Magellano, reliquia di tempeste e di fierezza, dal petto dolce spezzato dal maestrale in due capezzoli «passeggera dell’oscuro, degli angoli come/ il grano e il metallo che custodivi/ in alto mare, avvolta dalla notte marina.../ E nei tuoi seni eretti di lampada e di dea, turgida torre, immoto amore, vive la vita./ Tu navighi con me, protetta, fino al giorno/ che ciò che io sono sarà lasciato cadere nella schiuma». Ma i seni di Venere sono anche un porto, una culla ritmata dal battere del cuore, un ardente sepolcro per l’amato Adone, nella sua mortale metamorfosi di anemone purpureo. Un’occasione d’oro per la vena visionaria di Shakespeare, Venere e Adone, «è bello altrettanto/ appassire nel mio seno o nel suo sangue...». Dal biancore del latte alla tinta più sensuale del sangue, che è simile alla rosa, fiore di Venere, il cui schiudersi è per il cantore antico della Veglia di Venere, l’aurora d’amore, il grimaldello del fanciullesco riserbo: «Sbocciando già i petali rossi hanno tradito pudore:/ la rugiada, che stillano gli astri nelle notti chiare,/ domani scioglie i seni verginali dall’umida veste».
I seni di Elena si riappropriano di un’umanità altera e micidiale. Omero l’accampa sui baluardi di Troia, a contemplare la mischia degli uomini, cadaveri che camminano, a causa sua. Icona di seduzione che rimbalza fino a Ghiannis Ritsos, Quarta dimensione, nei versi in cui Elena rievoca l’istante sublime, di quando «salii da sola sulle alte mura e passeggiai, /sola, completamente sola, in mezzo/ ai troiani e agli achei, sentendo il vento incollarmi addosso/ i sottili pepli, tastarmi i seni, sorreggere tutto il mio corpo/ vestito e denudato, appena una larga cintola d’argento/ che sollevava in alto i seni...» e tra quei seni fiori, gettati con degnazione dagli spalti, preda e premio per combattenti anonimi, accaniti a conquistare i petali, solo per rioffrirli a lei, nell’illusione di un cenno d’amore. Seni magnetici. «Questa sinistra maga incantatrice/ che poteva, in un solo volger d’occhi,/ mandarmi in guerra o richiamarmi a casa;/ il cui seno era il mio serto di gloria,/ il mio scopo supremo». Shakespeare, naturalmente, Antonio e Cleopatra - e siamo alla storia. Qui abitano anche i seni delle martiri, sospese nel delirio di apparizioni barbariche ed edificanti: Caterina di Alessandria, che dal capo reciso versò latte, non sangue; la siciliana Agata, vittima di Diocleziano, che con mani pietose regge il piatto dove sbiancano i suoi seni tagliati dal carnefice («dolci seni, creati sul modello della terra» commenta Paul Valéry); Casilda, spagnola, che «mostra sul petto - abbagliante alabastro -/ al posto dei seni, due cerchi color sangue,/ che gocciano un rubino da ogni vena aperta./ E i seni morti, gigli belli mozzati in boccio,/ bianchi come i frantumi di una Venere di marmo,/ in un bacile d’argento dormono sotto un albero...», e in questo caso la voce classica di Théophile Gautier tornisce il sonetto sullo scempio.
Seni e poesia. Ci vogliono coraggio, passione e chiarezza di controllo per annodare i due elementi in un’antologia. Qualità mobilitate dal curatore Alfonso Maria Pluchinotta, Il seno in-cantato. Antologia di poesie sul seno (Crocetti, pagg. 314, euro 18), che le disciplina con un metodo, lui, oncologo del seno per professione e umanista nel profondo: scandire il tema unitario in sezioni chiuse, da «Le lune del Paradiso-Sguardi al femminile» sul tesoro intimo del seno, fino al «Declino delle Forme», l’insulto degli anni, e al trapassante «Il Seno Ferito», le pagine che forse più di altre si incuneano nella memoria di chi legge, cronache alla fiamma ossidrica scritte su di sé da poetesse in duello con «quelli che sembrano bruscoli di polvere/ sono depositi di calcio», bandiera maligna del serial killer, che arma la lama del chirurgo, fa del petto un deserto piatto e arido, spogliato del soffice cuscino che attenua i battiti del cuore, ridotto a pelle tirata come un tamburo, e tenta di ridurre una donna a statistica, a mascherarla da amazzone, una che sul libro del suo corpo per sempre avrà inciso un albero.