La «Dolcissima abitudine» del rimpianto

Gian Paolo Serino

Più che augurare ad Alberto Schiavone il Premio Strega e il Premio Campiello (sarebbero entrambi meritatissimi), l'augurio è che i lettori si accorgano del talento immenso di questo scrittore al suo quarto romanzo. Schiavone, nato nel 1980, ha lo sguardo narrativo di Vincenzo Cerami e Sebastiano Vassalli. Così ci consegna una fiaba realistica al di là del tempo, capace di raccontarci la metà del '900 con uno stile moderno ma che non si apre mai alle sue leggi: perché ha il passo e il respiro del classico. Se Cerami e Vassalli riecheggiano tra le pagine, senza diventare imitazione, si sentono anche le suggestioni del miglior Moravia - nei passaggi di altissimo e sofisticato erotismo che nel lettore diventa un desiderio fisico senza colpa -, si respirano i non detti di Fruttero e Lucentini, l'eleganza di Giorgio Bassani e l'oscurità illuminante di Ottiero Ottieri.

Dolcissima abitudine (Guanda) è un'incursione nel secondo Novecento attraverso lo sguardo e la vita di Rosa, una prostituta che ci racconta dagli anni '50 a oggi un'Italia sedotta e abbandonata fra le strade di una Torino che ne diventa la miglior metafora. Perché non è solo la storia di Rosa, ma anche la nostra. E non solo la Storia dei fatti e degli accadimenti storici, ma anche la nostra storia individuale. Schiavone è riuscito a rendere parola la nostra «dolcissima abitudine» di essere amareggiati, di vivere nel tempo della bellezza a tutti i costi, ma consapevoli di una sorta di retrogusto amaro, quasi impossibile da decifrare: non un senso di sconfitta, bensì di ineluttabilità che respiriamo a ogni passo. La chiara sensazione che non si possa nulla contro il Destino, in un'epoca di malattia e di decadimento come la nostra, dove tutto ciò che brilla non è che un riflesso.

Tra le pagine una svolta non da poco per la letteratura italiana: come non ci sia più una differenza tra giovani e vecchi perché noi tutti insieme viviamo nella nostalgia di un presente fatto di ieri. Tendiamo al domani ma in realtà ciò che è stato è sempre meglio, perché il passato ci dona sicurezza, la sicurezza di essere qui. Ed è anche un «romanzo popolare», dove alla fabbrica si è sostituita la prostituzione: noi tutti trasformati da operai a puttane di fronte alla catena di montaggio dell'apparire.