Le domande del Papa a Auschwitz

Gianni Baget Bozzo

Il viaggio di Benedetto XVI ad Auschwitz era il punto più significativo del viaggio in Polonia. Per quanto sia stretta la continuità tra Benedetto e Giovanni Paolo II, la differenza tra le loro personalità è talmente forte da apparire ancora più significativa della stretta collaborazione del cardinale Ratzinger con il Papa polacco.
Il Papa polacco aveva sempre vissuto la tragedia del popolo ebreo all’interno di quella del suo popolo. I nazisti volevano ridurre il popolo polacco a un non popolo, un popolo di schiavi, con la stessa passione con cui volevano cancellare il popolo ebreo dalla faccia della terra. Per questo Auschwitz era una tragedia comune, vissuta all’interno di una medesima passione: e ciò conduceva al fatto che il Papa polacco sentiva l’offesa fatta al popolo ebreo ed anche il peso che il mondo cristiano aveva avuto nel creare i presupposti di tale volontà assoluta di negazione.
Ma Benedetto è un Papa tedesco e non voleva nascondere sotto il manto papale le responsabilità del suo popolo innanzi ai forni crematori. Ha però voluto sottolineare che il nazismo fu anche una violenza contro la cultura e la storia della Germania, una seduzione che si era esercitata contro l’eredità profonda del suo spirito. La Germania ha assunto la responsabilità collettiva del drammatico errore nazista e lo ha pagato con le sofferenze della sconfitta, dell’occupazione e della perdita del territorio.
Distinguere Germania da nazismo è ormai un principio comunemente accettato, visto che lo Stato tedesco democratico ha accettato la sua responsabilità collettiva. Ma stava al Papa di proporre come Papa quella differenza e ricordare che anche i tedeschi avevano testimoniato contro il nazismo perdendovi la vita.
Benedetto non è fuggito innanzi all’interrogativo storico nato dopo i campi di sterminio “dove era a Dio ad Auschwitz?”. Non ha preteso dare risposte a questa domanda e ha affidato al mistero divino gli accadimenti incomprensibili della storia. Si è rifatto ai testi biblici che ricordano eventi drammatici nella storia di Israele come l’esilio e si rifanno egualmente alla realtà del disegno divino.
Difendendo la storia del popolo tedesco dalla sua essenziale connessione con l’evento nazista che ne era invero una radicale censura ha anche difeso la cristianità dall’accusa di essere causa di un sentimento pubblico ostile agli ebrei. E soprattutto egli ha messo in luce la connessione essenziale tra ebraismo e cristianesimo quando, nel suo discorso, ha ricordato come per il nazismo la soppressione dell’ebraismo, fosse la premessa per l’eliminazione del cristianesimo, il vero errore interno alla storia tedesca da cui Hitler voleva liberare la Germania. E’ proprio in quel modo, segnato dal nazismo, che il mondo cristiano ha compreso meglio il senso della storia ebraica separata dalla Chiesa dopo il Cristo, come custode della differenza stessa del cristianesimo rispetto a tutte le forme di neopaganesimo totalizzante. Sarebbe giusto che venisse potenziato, nel dialogo cristiano ebraico anche il ruolo del Cristianesimo visto in continuità con l’ebraismo: che cioè avvenisse il passaggio reciproco a quello che sta avvenendo ora nel mondo cristiano per comprendere la permanenza di Israele dopo il Cristo.
Un vero problema dottrinale e culturale che dovrebbe essere in parallelo al riconoscimento da parte di Israele di quella sorgente ebraica nel mondo non ebraico che è data dal fatto cristiano. Il viaggio del Papa è stato più problematico di quello del suo predecessore, ma ha anche offerto un quadro bilanciato e non unilaterale dei rapporti tra il mondo cristiano e il mondo ebraico.