Domenica torna il Giro di Lombardia

Torna la corsa ciclistica più dura e più completa, la più sincera e la più attendibile, che non premia mai un imbucato finito lì per caso, ma il più intelligente, il più resistente, il più forte

Torna l'autunno e bisogna ogni volta ripetersi: c'è il Giro di Lombardia, la corsa più dura e più completa, dunque la più sincera e la più attendibile, che non premia mai un imbucato finito lì per caso, ma il più intelligente, il più resistente, il più forte. A livello mondiale soltanto la Liegi-Bastogne-Liegi riesce a proporre qualcosa di simile, dividendo così con la nostra superclassica (delle foglie morte, dicono gli epici: io mi rifiuto di chiamarla in un simile modo crepuscolare e funereo, le voglio troppo bene) dividendo con il Lombardia il fascino delle più bella e della più spettacolare. Anche la Roubaix e il Fiandre sono esaltanti, ma hanno il limite della specializzazione: su tutto quel pavee può vincere soltanto un fachiro con fisico da minatore e adeguati calli sotto il sedere.

Torna l'autunno e per tutti questi motivi bisogna di nuovo ripetersi, fino alla noia: il Lombardia va amato, protetto, valorizzato. Grazie al cielo, negli ultimissimi anni la sensibilità del ciclismo mondiale è cresciuta parecchio, stranamente di pari passo con la mondializzazione e lo sconfinamento nei continenti vergini. Così, mentre si è allargato a dismisura il calendario, aprendo alle gare più esotiche - e anche più improbabili - di qualunque latitudine, si è pensato al contempo di nobilitare l'antico patrimonio della tradizione, la vera argenteria di casa, con la qualifica di "Corse monumento" assegnata soltanto a cinque gare, due italiane (Sanremo e Lombardia, apertura e chiusura di stagione, la gara più folle e imprevedibile assieme alla gara più logica e più razionale), due belghe (Liegi e Fiandre), una francese (Roubaix). Le nostre eccellenze resistono ai vertici dell'aristocrazia anche in questa stagione di profonda crisi nazionale, crisi che falcidia le nostre squadre e i nostri vivai. Ci restano almeno le belle gare.

Teniamocelo molto stretto, allora, questo magnifico Lombardia. Teniamocelo ancora più stretto soprattutto quest'anno, in cui torna a proporre un percorso fantastico, con partenza da Como, tante salite a cominciare dal Ghisallo, fino all'arrivo nel cuore di Bergamo. Logica vuole che questo percorso regale, dopo aver selezionato spietatamente il gruppo lungo 250 chilometri e passa di montagne russe, offra ai superstiti il ring finale salendo nella suggestione di Città Alta, passando da quella Porta San Lorenzo dalla quale entrò pure Garibaldi, fondo ancora oggi acciottolato e a seguire lo strappo feroce della Boccola, trampolino ideale per chi ancora abbia voglia, cuore, energie per catapultarsi poi giù dalle Mura Venete e andarsi a prendere la vittoria sullo storico Sentierone.

Per dirla in termini più settoriali: è il finale disegnato su misura per gente come Rodriguez (già vincitore nelle utlime due edizioni a Lecco), per Valverde e per Contador, purtroppo tutti e tre spagnoli, ma oggettivamente tutti e tre superfavoriti, assieme al nuovo iridato Kwiatkowski, giovane polacco che però nessuno sa in quali condizioni uscito dalla settimana di inevitabili gozzoviglie.

E noi? Noi dobbiamo togliere il velo pietoso che ci ricopre e ci mortifica da sei anni, sei anni di temendo digiuno senza vittorie nelle classiche-monumento (alle volte, le combinazioni: l'ultima è proprio il Lombardia 2008 di Cunego), dobbiamo togliere il velo nero e sperare ancora una volta in qualche italico valoroso. Al momento, il meno esaurito appare il grande Aru, talento disegnato su misura per i Giri a tappe, ma fondista nato e dunque ipoteticamente buono per gare come il Lombardia. Sperare non ci costa nulla, stiamo sperando inutilmente da sei anni, non sarà sperare un giorno in più a finire le nostre forze. Domenica scorsa, al Mondiale, quando il finale ha fatto esplodere la battaglia vera, i nostri sono letteralmente spariti dal video. Sarebbe già molto se stavolta, passando sui ciottoli di Garibaldi, l'orgoglio italiano s'inventasse un'idea di Risorgimento. Non serve vincere, basta restare in video.