Don Giussani, la certezza nella povertà

Esistono uomini che, chi di schianto chi più lentamente, hanno operato una rivoluzione nel modo consueto di considerare la realtà. Uomini che, in tutta semplicità, si sono arresi a uno sguardo diverso, più profondo, che il duro rapporto con il reale imponeva loro. Questi uomini si sono chiamati, per esempio, Copernico, Pascal, Einstein, forse anche Lutero. Gli anni mi convincono sempre più che uno di questi uomini è stato anche don Luigi Giussani, di cui Rizzoli-Bur presenta il secondo volume della serie «L´Équipe», che raccoglie alcune conversazioni del grande sacerdote con un gruppo di studenti universitari: Certi di alcune grandi cose 1979-1981 (pagg. 500, euro 11,80, prefazione di J. Carron).
Il libro è un’autentica miniera di indicazioni per chiunque cerchi un significato al proprio vivere, «il significato e la forma del rapporto affettivo o dell’uso delle cose o del modo di guardare la natura, il tempo, lo spazio, il proprio progetto futuro o il proprio passato», e desideri verificare come Cristo sia la risposta non psicologica o sentimentale, ma reale e drammatica a questi interrogativi.
Io mi soffermo qui su un aspetto toccato con grande discrezione, ma portatore di conseguenze culturali enormi. Riguarda i concetti di povertà, umiltà e certezza. Secondo la vulgata nella quale tutti siamo immersi, l’uomo che ha certezze è un uomo tronfio, superbo, sempre sottilmente e talora anche apertamente violento. Mentre solo l’uomo dubbioso, o come si dice oggi «in ricerca», è capace di vera ricerca poiché non ha il diritto di sentirsi superiore a chicchessia. Secondo questa chiave, che nessuno o quasi mette oggi in discussione (del resto non si discute quasi di niente), vengono letti i diversi ambiti del reale: politica, società, cultura, guerre e scontri di civiltà.
Don Giussani rovescia completamente questa lettura. Per essere certi, dice, occorre essere poveri, «perché la certezza vuol dire un abbandono di sé (mentre l’uomo dubbioso se ne sta abbarbicato a se stesso e non si abbandona nemmeno un istante, ndr), vuole dire superamento di sé, vuole dire che io sono piccolino, sono niente, e la cosa vera e grande è un’altra: questa è la povertà».
Il nostro mondo rispetta i preti quando intervengono entro il proprio ambito prefissato. Quando invece lanciano provocazioni e giudizi culturali, e dunque con la pretesa di interrogare la coscienza (religiosa ma anche civile, culturale) di tutti, allora scatta il pregiudizio, forte oggi più che mai: in fondo, sono solo frasi «da prete». Ma l’osservazione di don Giussani vale per tutti gli ambiti dell’umano, per ogni seria ricerca, per ogni vera avventura del pensiero. Tuttavia è sempre più necessario lottare affinché una posizione come questa non si perda, perché la direzione attuale è tutt’altra. Tant’è che, per sentire ancora parole come queste, occorre andarle a cercare, il nostro mondo non le mette a portata di mano (del resto, meglio così).