Don Giussani, l’unicità dell’Io e degli altri

I libri dell’équipe, da tre anni in uscita presso Rizzoli, raccolgono i testi degli incontri tenuti da don Luigi Giussani con
gruppi di responsabili di Comunione e Liberazione. <em>Uomini senza patria</em> è il titolo di quest’anno: prende in considerazione il biennio 1982-83

Sono i libri da me più attesi e temuti. Sono i libri detti «dell’équipe», da tre anni in uscita presso Rizzoli, che raccolgono i testi degli incontri tenuti da don Luigi Giussani con gruppi di responsabili di Comunione e Liberazione. Uomini senza patria è il titolo di quest’anno (pagg. 400, euro 11), e il periodo preso in considerazione è il biennio 1982-83.

La forza di questi libri sta nel livello di familiarità tra don Giussani e quei ragazzi: una familiarità che era però l’occasione di un a-fondo diretto, spesso molto duro, senza imbottiture di circostanza, sui temi all’ordine del giorno.

La presunzione di trasformare questi colloqui in libri, e quindi in strumenti ritenuti utili per tutti (per chi c’era e per chi non c’era, per chi è ciellino e per chi non lo è, per chi è cristiano e per chi non lo è, e perfino per i non credenti) si giustifica per l’importanza ultimativa di quegli ordini del giorno - che poi si riducevano a un solo ordine del giorno, quello di noi tutti: la nostra vita con la sua sete di un significato totale.

Il titolo è preso da una frase che Giovanni Paolo II disse a don Giussani e alcuni amici: «Voi non avete patria».

«Fino a quando - scrive don Giussani - il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque. Ma là dove il cristiano è l’uomo che annuncia nella realtà umana, storica, la presenza permanente (...) di Dio fatto Uno tra noi, oggetto di esperienza (come quella di un amico, di un padre o di una madre), attivamente determinante come orizzonte totale, come ultimo amore (...), questo uomo non ha patria». «L’avvenimento cristiano - dice ancora - ha questo come suo oggetto, come suo contenuto: la conoscenza di Cristo».
Chi fa questo non può essere amico del mondo, perché essere amici del mondo significa cercare un posto nel mondo, essere bene accolti, ospiti graditi in quanto parte del mondo stesso, e quindi già neutralizzati nella propria unicità di persone.

Si capisce così come la posta in gioco qui, come in san Paolo è sì la fede, ma la fede intesa come legame concreto, affettivo e razionale, con la persona di Gesù Cristo: un rapporto esauriente, capace di produrre una pace nuova. In altre parole: la posta in gioco è l’io, la sua irriducibilità, la sua pienezza. Non vi preoccupate se siete ciellini o no, credenti o atei: leggete questo libro. La sua forza, nata da uno spunto concretissimo, si dilata, è per tutti. Come le lettere di san Paolo o, se volete, quelle di don Milani.