Don Giussani, la lezione etica di un cristiano "senza patria"

Ecco i testi con cui il fondatore di Comunione e liberazione aiutava i giovani universitari a crescere: dopo 25 anni sono più che mai attuali

Pubblichiamo uno stralcio della prefazione di Julián Carrón al libro di don Luigi Giussani Uomini senza patria, in libreria da domani (Bur, pagg. 400, euro 9,20). Il volume raccoglie una serie di discorsi del fondatore di Comunione e liberazione dei primi anni Ottanta

«Voi non avete patria, perché voi siete inassimilabili a questa società». Come ci piacerebbe essere degni di queste parole che Giovanni Paolo II rivolse a don Giussani, durante un’udienza privata nell’estate del 1982!
In realtà, queste parole esprimono la situazione in cui viene a trovarsi qualsiasi cristiano, se vive il cristianesimo secondo la sua vera natura. Così lesse don Giussani le parole del Papa: «Non ha patria da nessuna parte nella società di oggi colui che riconosce la presenza di Cristo – una presenza diversa da tutte le altre – nella propria vita, nella trama dei propri rapporti, nella società in cui vive \. Fino a quando il cristianesimo è sostenere dialetticamente e anche praticamente valori cristiani, esso trova spazio e accoglienza dovunque. Ma là dove il cristiano è l’uomo che annuncia nella realtà umana, storica, la presenza permanente \ di Dio fatto Uno tra noi, oggetto di esperienza \ la presenza di Cristo centro del modo di vedere, di concepire e di affrontare la vita, senso di ogni azione, sorgente di tutta l’attività dell’uomo intero, vale a dire dell’attività culturale dell’uomo, questo uomo non ha patria» .
Dal 1982 sono successe tante cose, che ci consentono di capire quanto fosse profetica l’osservazione del Papa. \
Come cristiani siamo sempre più senza patria. Questa è la bellezza della sfida che abbiamo davanti, se non fosse allo stesso tempo tragica: «L’epoca moderna, anzi, l’epoca contemporanea è la documentazione tragica di ciò cui l’uomo arriva nella pretesa di autonomia: la pretesa di farsi da sé, di realizzarsi da sé, di crearsi da sé, di decidere da sé, di avere sé come centro. Questa pretesa porta alla dissoluzione, alla perdita della libertà come originalità di giudizio sulla vita: si diventa alienati nell’opinione comune, nella cultura, nelle opinioni indotte dalla cultura dominante» \.
Etica o sentimentalismo: ecco le due interpretazioni riduttive del cristianesimo, operate dall’uomo moderno, lungo una strada che ha reso sempre più astratto Cristo. E ha lasciato l’uomo da solo.
La conseguenza non si è fatta aspettare: concependosi come autonomo, sganciato dal rapporto con l’Infinito, l’io diventa preda del potere: «La persona individualista è il fascio dei suoi fatti. L’individualista non ha consistenza personale, è un fascio di reazioni. Invece un fatto veicola una funzione, un riferimento a un ordine più grande: è questo che dà il senso della sua consistenza. Un fatto, una reazione, appartiene a qualcosa di più grande \. Per questo la lotta di oggi – culturale – è fra due concezioni dell’uomo, fra l’uomo che appartiene a qualcosa di più grande, oppure che appartiene a se stesso. Ma dov’è il veleno che sta in coda a tutta questa situazione? Che l’uomo che appartiene a se stesso è una manciata di polvere in cui ogni grano è staccato dall’altro e perciò può essere utilizzabile facilmente dal potere».
Venticinque anni dopo vediamo tutta la verità di questo giudizio. Anche noi ci troviamo immersi in questa lotta. Perciò la domanda più stringente è come venirne fuori vincitori. O, detto con altre parole: come possiamo vivere da cristiani, inassimilabili a questa situazione? Per don Giussani è chiaro qual è il primo passo da compiere: «L’uomo ritorna a essere se stesso quando ritorna a essere mendicante, a mendicare il suo traguardo, il suo destino, come un bambino che mendica la presenza della madre».
Solo così ciascuno di noi potrà capire la portata di Cristo nella propria vita. Parlando agli universitari nell’estate del 1982, don Giussani la descrive così: «Cristo è una risposta all’uomo», ma «una risposta è capita solo nella misura in cui uno sente la domanda addosso a sé. E se Cristo è il Redentore, è perché io sono un poveraccio, un povero». E più avanti augura ai suoi giovani amici che abbiano «a covare la percezione della Presenza che è risposta al vuoto che si ha addosso, a quello che non si è ancora».
Si capisce così qual è il nostro vero bisogno per potere vivere da cristiani senza patria: «Vivere l’urgenza personale di Cristo nella nostra vita, vivere l’incombenza di questa Presenza sulla nostra vita».
La conseguenza che si prospetta non può essere più entusiasmante per chi vuole vivere il cristianesimo di fronte a tutto e tutti: «Centrare questo punto stabilisce una iniziale libertà, rappresenta un punto fermo al di là di tutto, consente una stabilità umana indipendente dalle circostanze, e perciò finalmente la libertà, finalmente l’autonomia che è propria della personalità» \.
Non smetto mai di stupirmi di come don Giussani continua ad accompagnarci, sgomberando il campo dagli equivoci e mettendo davanti ai nostri occhi il vero compito: «Abbiamo riconosciuto stamattina che mai il movimento è stato così attivo, mai le comunità sono state così in attività e anche così presenti. Il progetto del movimento va! Allora, il momento che stiamo attraversando ci obbliga a sgomberare la nostra attesa o pretesa di una implicazione progettuale. Questa volta non possiamo parlare di cose da fare, ma di un atteggiamento che la storia oramai esige. La differenza è che l’atteggiamento è un problema della tua persona. Il punto non è dunque la proposta di sviluppo di un discorso né la proposta di cose da realizzare. Se il movimento non è un’avventura per sé e non è il fenomeno d’un allargarsi del cuore, allora diventa il partito, che può essere sovraccarico di progetti, ma nel quale la singola persona è destinata a rimanere sempre più tragicamente sola e individualisticamente definita».