Don Giussani spiazza gli storici: fu lui il precursore del Concilio

Un libro contesta la vulgata sul sacerdote. Il vescovo Negri: "La sua
ricerca di una esperienza di fede più autentica anticipò il
rinnovamento"

Don Giussani, il fondatore di Cl, un «precursore» del Concilio Vaticano II? La tesi non sarebbe di per sé eclatante se non cozzasse con l’immagine stereotipata affibbiata per molti anni al movimento che si è originato dalle sue intuizioni: quella di «integrismo». Quella di un movimento organizzato che si muove come una falange, incapace di dialogare con la modernità, di distinguere i piani, di aprirsi al mondo, chiuso nel fortilizio dei suoi valori identitari di riferimento. Un’immagine che rappresenta l’esatto opposto di ciò che don Giussani ha insegnato e operato. Nel libro di Massimo Camisasca si legge che «l’opera riformatrice configurava Giussani come un immediato precursore del Concilio Vaticano II, per lo meno di alcuni suoi temi, o forse meglio, della sua esigenza di “aggiornamento”». È stato davvero così? Il Giornale lo ha chiesto ad Alberto Melloni, storico della Chiesa, al vescovo di San Marino e Montefeltro Luigi Negri, e al filosofo Massimo Borghesi.

«Non è improprio né sconcertante ritenere Giussani un “precursore” del Concilio – spiega Melloni – perché una delle caratteristiche del Vaticano II è stata proprio la capacità di fare sintesi di tante aspettative di riforma e di rinnovamento, talmente vaste e variegate da permettere anche a posizioni contrastanti di potervisi riconoscere». Per lo storico, il tipo di «forma Ecclesiae» rappresentata da Giussani è diversa da quella del cardinale Leo Jozef Suenens o di sant’Escrivá de Balaguer, ma ciò non toglie che «il Concilio le abbia comunque comprese».

«Bisogna distinguere – continua lo storico – da ciò che è più importante, ad esempio il richiamo alla centralità di Cristo che fa il Vaticano II e sulla quale concorda Giussani, dalla successiva querelle, avvenuta molti anni dopo il Concilio, sul rapporto tra Chiesa istituzionale e movimenti. Qui c’è una differenza con l’idea del Vaticano II, che disegna la Chiesa nella sua struttura territoriale, legata al valore compaginante dell’eucaristia celebrata dal vescovo. I movimenti sono invece diventati vere e proprie “Chiese”, con strutture organizzative molto vaste e istituzionalizzate. Ma riconosco che questo sviluppo di per sé non c’entra con l’intuizione di don Giussani». Melloni evidenzia come le crepe sempre più vistose nella Chiesa «arroccata in difesa, quale era quella degli anni Cinquanta, vengono evidenziate da molti di coloro che vissero quel periodo, ad esempio Joseph Ratzinger, il quale ebbe a osservare che la Chiesa sembrava produrre pagani e non cristiani».

Per il vescovo Negri, don Giussani «è stato un precursore del Concilio come lo è stato tutto il popolo di Dio che desiderava un’esperienza viva di fede che accompagnasse la vita quotidiana». «La resistenza a questo degrado laicistico – continua il vescovo di San Marino e Montefeltro – del quale Giussani come pure io che ero tra i suoi allievi, vedemmo gli inizi negli anni Cinquanta, passava per la riforma della Chiesa e non poteva avvenire che attraverso una ripresa dell’evento cristiano del quale fare esperienza nell’incontro con Cristo». Si doveva dunque «far rinascere la vita della Chiesa nelle anime, come aveva profetizzato Romano Guardini. Giussani ha dunque anticipato il Concilio insistendo sull’evento cristiano e sul metodo educativo che permetteva di farne esperienza. Purtroppo l’assenza di questi fattori in alcune letture post-conciliari hanno di fatto sostanzialmente tradito il Vaticano II».

«L’intuizione di don Giussani – aggiunge il vescovo Negri – è quella di un’esperienza personale di fede che si diffonde con la testimonianza nella vita quotidiana. Giussani mi confidò una volta commosso che il cuore del carisma del movimento era stato insuperabilmente definito da Giovanni Paolo II quando, celebrando san Benedetto da Norcia, disse. “Era necessario che l’eroico diventasse quotidiano perché il quotidiano potesse diventare eroico». Quanto all’accusa di «integrismo», Negri osserva: «Nacque in ambito cattolico e la carità mi impedisce di fare nomi e cognomi. Mi conforta l’idea che, essendo la maggior parte di queste persone nell’aldilà, si sono rese conto dell’ingiustizia teorica e pratica di questa posizione: essi chiamavano integrismo ciò che era autenticamente integrale, secondo la grande intuizione del cardinale Newman».

Concorda sull’idea di Giussani precursore del Concilio anche Massimo Borghesi, «nel senso dell’avvertire l’urgenza di un cristianesimo che fosse anche esperienza vissuta, esperienza di vita, e di una Chiesa che non fosse soltanto identificata nel suo aspetto istituzionale. Da questo punto di vista è fondamentale per Giussani il libro di Jerome Hamer, futuro cardinale, La Chiesa è una comunione». Ma il filosofo invita a non mettere in ombra gli aspetti e i fermenti positivi che viveva la Chiesa degli anni Cinquanta. «È vero che Giussani critica la riduzione della fede cristiana a moralismo, tipica di quegli anni, con la predicazione tutta concentrata sulla morale, intuendo invece che il problema è a monte e cioè la necessità di riprendere il cristianesimo a partire dai suoi aspetti essenziali. Non bisogna però dimenticare – continua – le esperienze di apostolato fervente e i fermenti teologici che renderanno possibile proprio il Vaticano II. Colpisce che la prima stesura del libro sul senso religioso di don Giussani, sia profondamente collegata alla lettera pastorale dell’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini dedicata nel 1957 allo stesso argomento: c’è la consapevolezza che il cristianesimo è diventato un fatto d’abitudine, di consuetudine, una formalità, e non è più in grado di rispondere a una mentalità fortemente laicista, borghese da un lato, comunista dall’altro».

Il futuro Paolo VI ripropone il senso religioso per valorizzare la soggettività e la scoperta che Cristo è la risposta a una domanda esistenziale di fondo. Tornando a questa dimensione religiosa l’uomo contemporaneo scopre l’avvenimento cristiano come corrispondente alle proprie attese».

Per Borghesi don Giussani non è mai stato integrista: «La sua concezione della Chiesa, della libertà e della gratuità del fatto cristiano, è quella della scuola teologica di Venegono, dove nessuno era integrista e i cui esponenti – come ad esempio Carlo Colombo – saranno i teologi ascoltati da Paolo VI. In questo senso Giussani non deve attendere il Concilio per manifestare questa esigenza di apertura, che era già presente». Il filosofo sottolinea infine come tutta la pedagogia di Giussani era rivolta alla persona e dunque c’era «una distanza enorme tra la sua concezione e quella della militanza e delle grandi adunate di Luigi Gedda o di padre Riccardo Lombardi».