Don Nicolino e le Streghe

Don Nicolino allontanò il piatto con un piccolo gesto discreto.
«Basta così».
Don Nicolino aveva 83 anni ed era malato, ma si portava ancora piuttosto bene. Certo, mangiava quanto un uccellino, anzi, più che mangiare, piluccava un mucchietto di riso o due spaghetti in bianco e una mezza patata lessa che la buona Marisa schiacciava per farne una miniatura di purè. Certo, camminava piano piano, a passettini brevi, e allargando le braccia per mantenere l’equilibrio (il bastone no, non lo voleva usare), come un bimbetto che avesse appena lasciato la mano della mamma. Certo, ci vedeva poco e ci sentiva ancor meno. Ma di testa, don Nicolino «c’era», anzi, dava ancora dei punti a molti. La sua passione, fin dai tempi dell’università, era la storia medievale. Continuava a studiarla e ne scriveva pure, sul giornalino parrocchiale, dettando gli articoli a Carlo, il figlio della signora Marisa, ragazzo tanto devoto quanto brutto, poveretto. E la sera, prima di coricarsi, immancabilmente alle 21,30, ne discuteva con il professor Todari, ospite fisso della «Pensione Livia», gestita dalla Marisa.
«Buono», aggiunse don Nicolino sorridendo ai commensali, Gianni e Daniela, una coppia che potremmo definire non più giovanissima, se volessimo definirla. «Proprio buono questo riso. E anche la patata».
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Don Nicolino era il parroco del paese. Ormai lo era soltanto formalmente, perché i suoi molti anni e i problemi di salute avevano indotto chi di dovere ad affiancargli don Riccardo, un bravo giovane sui 35, di Cremona, che lui aveva accolto come un nipote acquisito e al quale ormai delegava quasi tutto il lavoro, nella custodia delle poche anime di Manariglia. Non aveva nemmeno più la perpetua, don Nicolino. Era morta cinque anni prima. E così viveva solo. Una brava donna si occupava della pulizia del suo appartamento, mentre all’igiene e alle cure del vecchio sacerdote provvedevano i volontari di un’associazione.
«Don Nicolino» disse Gianni «ha visto le due nuove? Oggi si sono messe giù bene. Secondo lei questa sera usciranno con i fidanzati?», e soffocò la risata dentro il tovagliolo.
Da qualche giorno, alla «Pensione Livia» erano scese due vecchiette rancide e secche come le prugne che ogni tanto don Nicolino era costretto a prendere per andare al gabinetto. Venivano da Genova, viaggiavano sempre in coppia e ce l’avevano con il mondo intero. Il cibo era troppo cotto o troppo crudo, il vino era annacquato, nella sala da pranzo faceva troppo freddo o troppo caldo, nella stanza confinante con la loro si faceva troppo rumore, la notte. La signora Marisa gliel’aveva spiegato in tutte le salse che quella stanza era vuota, ma loro insistevano: «Quei maledetti», gridavano, «fanno all’amore e tengono la radio a tutto volume, per giunta!».
Su quanti anni avessero le Streghe (così erano subito state battezzate dal buon Gianni e dalla sua Daniela) c’erano diverse scuole di pensiero: secondo la Marisa non erano poi così decrepite come sembrava, «fra i 73 e i 78»; il professor Todari era più deciso, dava a quella più piccola e cattiva «non meno di 85 anni» e collocava l’altra «sicuramente oltre gli 80»; in posizione intermedia stava il Franco, marito della Marisa, che parlava genericamente di «vicine agli 80». Quanto a don Nicolino, più volte sollecitato dagli altri aveva sempre rifiutato di esprimersi in merito. «Se non è elegante chiedere l’età a una signora», diceva, «a maggior ragione non lo è attribuire l’età a ben due signore», e sottolineava il «signore» ammiccando.
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Il tempo volava, nel mite autunno, a Manariglia. Due giorni dopo l’arrivo delle Streghe, ne mancavano soltanto tre alla festa del santo patrono. Tutto il paese era in fermento: festoni per le stradine del borgo antico; la banda comunale che faceva le prove, la mattina, al cinema; fervore nelle cucine di tutte le case dove si pianificavano i piatti da preparare e si calcolava il numero dei posti a tavola. Nell’aria, già frizzante e frescolina di suo, si percepiva, come sempre alla fine di ottobre, il profumo di un premio che stava per arrivare, la promessa della ricompensa per l’intera comunità.
Ma don Nicolino stava male, molto male. Non mangiava, non dormiva, aveva febbre alta e forti dolori alle gambe che lo bloccavano a letto. Il dottor Bardone, suo medico curante, vista la gravità della situazione si era messo in contatto con la clinica di L. dove il sacerdote, tanti anni prima, era stato operato due volte, prima per calcoli alla cistifellea, poi per la prostata. Tuttavia un ricovero, gli avevano risposto, era per il momento impossibile, poiché tutti i letti erano occupati.
Alla «Pensione Livia» che, come avrete già capito, era la seconda casa e anche la seconda famiglia di don Nicolino, la Marisa, il Franco e tutti i loro ospiti erano in ansia. Nessuno pensava alla festa imminente.
Nessuno tranne le Streghe. Le quali, al contrario, parevano persino ringiovanite e (possibile?) un po’ meno acide del solito.
«Cos’è quella faccia da funerale?», diceva una alla Pinuccia, la cameriera siciliana che dava una mano a pranzo, «non è mica ancora morto nessuno, no?». E l’altra: «Professore, questa sera niente medioevo eh? Ma vedrà, vedrà che il suo amico prete si rimetterà presto» (e a bassa voce aggiungeva) «quel rottame non lo vuole nemmeno il Diavolo».
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La mattina del 27 ottobre, giorno del santo patrono, a Manariglia veniva giù un’acqua torrenziale e la temperatura s’era abbassata di molto («sensibilmente inferiore alle medie stagionali», aveva anticipato la tv). Insomma, fra don Nicolino e il tempo, la festa stava nascendo sotto pessimi auspici. La processione con la banda, i festoni, la messa all’aperto, la caccia al tesoro (concessione semi-pagana ormai consolidata dalla tradizione) erano in serio pericolo.
Gianni, imbacuccato come un palombaro, era andato a comprare il giornale. Daniela e Marisa lavoravano a maglia a un tavolino del bar, che era la hall della pensione. Il professor Todari stava rintanato in camera correggeva una tesi di laurea. Franco era andato giù all’emporio per delle spese.
Verso le 11 un’auto di grossa cilindrata frenò bruscamente proprio davanti all’entrata della pensione. Ne scese una bella donna sui quarant’anni, con una mantella rossa, la gonna corta e i tacchi alti.
«La signora Marisa?», chiese entrando trafelata.
«Sono io. Mi dica», rispose la padrona.
«Giovanna Fedi. Sono la nipote di... di don Nicolino...».
«Mariavergine, signora Giovanna, ci dica». Daniela e Marisa, con il cuore in gola, si erano alzate facendo cadere a terra i lavori che tenevano in grembo e le sedie, temendo la ferale notizia. «Cos’è successo? Don Nicolino è... è...».
«Mio zio sta meglio. Sono venuta apposta per dirvelo. Si è alzato, non sente più dolore e ha chiesto da mangiare qualcosa».
«Ho santo cielo, santo cielo, santo cielo», gridarono le due abbracciandosi per la gioia.
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Don Nicolino allontanò il piatto con un piccolo gesto discreto.
«Basta così».
«Buono il coniglio alla cacciatora eh, don?», disse Carlo.
«Molto buono, molto».
«Un goccio di vino?», gli propose timidamente Gianni.
«Perché no? Visto che il tempo è inclemente, facciamolo qui un bel brindisi al santo», disse il sacerdote. Si alzò levando il bicchiere e voltandosi in direzione del tavolino che occupavano abitualmente le Streghe.
«Ma... le signore non ci sono?».
«No, don», rispose Carlo. «Sono partite in fretta e furia questo pomeriggio».