La donna che raccontava la verità per ridare ai russi l’onore perduto

Fiori appassiti sulla tomba della Politkovskaja, la giornalista che ha svelato al mondo le atrocità e le ingiustizie di un Paese ostaggio dei servizi

Stenio Solinas

nostro inviato a Mosca

Nel cimitero di Troekurovski la tomba di Anna Politkovskaja è ricoperta di fiori appassiti. Legata con un elastico a un alberello c’è una pagina del settimanale Novaja Gazeta, il suo giornale, che la ricorda, la foto che vi campeggia al centro è la stessa che, a colori, sormonta la tomba: un volto minuto e occhialuto, una zazzera di capelli biondi. Troekurovski è un camposanto nuovo e periferico, niente a che vedere con la suggestione di Novodevichy dove, in un profluvio di foglie autunnali, riposano Bulgakov e Eisenstein, Gogol e Checov, Majakovsky e Scriabin... La più famosa giornalista russa, assassinata la scorsa settimana in patria sulle scale di casa, ma i cui libri venivano pubblicati all’estero e al cui funerale non c’erano autorità pubbliche, è stata seppellita qui, nel suo angolo più estremo: dopo di lei c’è solo terra e erba.
Nella Mosca rutilante di luci e di soldi, la vista di quelle corone, quei ritagli, qualche messaggio e qualche lumino, stringe il cuore. Così come al numero tre della Potaposken, la redazione della Novaja Gazeta rimanda a una Russia del dissenso anacronistica e malinconica. Un piccolo fabbricato scrostato, una portineria con tre guardiane femmine a fare da filtro, un altarino laico all’ingresso, ancora fiori, ancora quella foto.
Anna Politkovskaja era quella minuta giornalista russa di cui il mondo televisivo si accorse nell’ottobre del 2002 quando i terroristi ceceni, asserragliati nel teatro della via Dubroskaia, la indicarono come intermediario per le trattative. Da anni si occupava con tenacia della Seconda guerra cecena, e le sue corrispondenze erano fra le poche in Russia che non trattassero i ceceni come un puro e semplice popolo di assassini. La vicenda allora si concluse, come è noto, in una sorta di ecatombe: l’intero commando, 41 fra uomini e donne, fu sterminato dai gas asfissianti che i servizi di sicurezza di Mosca immisero nel teatro prima dell’assalto finale, ma ben 129 ostaggi per quello stesso gas ci rimisero la vita, aprendo in patria, ma ancor di più in Occidente, una fortissima polemica sulle modalità dell’intervento e, in fondo, sul disprezzo mostrato dalle autorità verso la vita umana di semplici cittadini in un’operazione di repressione spietatamente eterodossa quanto infelice.
Della Politkovskaja l’editore Guerini pubblicò qualche anno fa Cecenia. Il disonore russo, un libro che se anche fosse vero soltanto per la decima parte degli orrori che descrive sarebbe sufficiente ad additare il governo Putin al pubblico abominio e a considerare la tragedia cecena come l’ultimo genocidio, in ordine di tempo, che si svolge sotto gli occhi e la distratte complicità delle cancellerie europee e d’oltre oceano.
Costruito come una specie di «viaggio all’inferno e ritorno», il saggio elencava casi con nomi e cognomi di vittime e di carnefici, descriveva un’occupazione militare che ha fatto terra bruciata di ogni diritto costituzionale, raccontava psicologie deformate dall’uso della violenza e dal richiamo della vendetta, parlava di un Paese annichilito fin dentro la sua stessa quotidianità: niente più fabbriche, niente più lavoro, niente più acqua, niente più strade, un ritorno allo stato barbarico all’inizio del XXI secolo.
Come e perché tutto ciò abbia avuto inizio e si sia poi perpetuato negli anni con una tenacia che, considerata la dimensione della Cecenia, non più grande di una regione italiana come l’Abruzzo, e il numero dei suoi abitanti, un milione all’incirca, risulta mirabilmente sinistra, è una di quelle domande che ha in sé molteplici risposte. Ed è per essersele poste e per aver cercato di dar loro una spiegazione che la Politkovskaja è alla fine divenuta un pericolo intellettuale da eliminare fisicamente. Esse permettono infatti di delineare il panorama geopolitico e ideologico nel quale la Cecenia, ma non solo essa, si trova immersa.
La prima risposta da lei data riguardava la Russia e la sua classe politica. Nel decennio che ha seguito il dissolversi del cosiddetto «impero del male» l’Occidente - era il suo assunto - ha fortemente voluto vedere quello che in Russia non c’era, ovvero un modello istituzionale simile al suo, una democrazia dei partiti, un’economia di mercato. Per crederci aveva dovuto però chiudere gli occhi su alcune realtà altrimenti evidenti: l’eccessivo peso degli apparati militari e polizieschi, la scarsa consistenza della società civile, il forte intreccio fra capitalismo e criminalità organizzata. L’ansia di avere per alleato quello che fino al giorno prima era considerato il «nemico principale» mise insomma la sordina a tutta una serie di rilievi, critiche e pressioni che in altri casi, e per altre nazioni, sarebbero stati invece fatti valere.
La Cecenia rientrava in questa operazione cecità. Dopo una prima guerra di invasione fallita, ai tempi di Eltsin, una volta sentitasi più forte e in grado di vincerne la resistenza ostinata, questa regione, diceva la giornalista, è stata considerata dai russi un fatto interno, una sorta di attentato all’integrità nazionale da reprimere a qualsiasi costo. Nessuna copertura giornalistica è stata più possibile, nessuna difesa dei diritti umani ritenuta degna di considerazione, nessuna organizzazione internazionale accettata come garante di una normalizzazione. Le porte della Cecenia sono state chiuse a doppia mandata e Mosca si è messa le chiavi in tasca.
Si inseriva qui la seconda risposta, quella che vedeva il terrorismo internazionale come ulteriore giustificazione e spiegazione. A Mosca faceva comodo far credere che la resistenza cecena non facesse parte dell’imprinting nazionalistico di quel popolo, annesso sanguinosamente ai tempi dello zar, trattato come carne da cannone ai tempi del comunismo. La spiegazione era che si trattasse di un’enclave musulmana, di una quinta colonna islamica nel cuore dell’Europa.
Si è verificato così un fatto paradossale. La cosiddetta guerra al terrorismo internazionale ha in realtà internazionalizzato il terrorismo in dimensioni fino a ieri impensabili: i guerriglieri islamici ceceni sono insomma l’effetto e non la causa del tentativo repressivo russo .
C’è di più: l’ossessione per la sicurezza e la paura che quest’ultima possa venire infranta hanno abbassato clamorosamente il livello di guardia delle libertà individuali, favorito il loro baratto nei confronti delle istituzioni chiamate a difenderle, in sostanza tolto alle democrazie proprio l’elemento che le caratterizzava e le rendeva un esempio da imitare quanto a qualità della vita: il rispetto della privacy, la libertà di stampa e di associazione, la difesa delle minoranze.
Nel libro della Politkovskaja tutto questo veniva splendidamente illustrato nel corpore vili di una società quale quella russa, dove la democrazia è ancora in fieri e quindi più facilmente calpestabile. I richiami patriottici e sciovinistici, la censura, le pressioni finanziarie, l’orgoglio cieco e superbo della struttura militare fanno tutt’uno con la difficoltà del cittadino comune a farvi fronte, con la sua paura di essere considerato oggi un critico, domani un dissidente, dopodomani un nemico...
La Russia di Putin (pubblicato in Italia da Adelphi) è il vibrante pamphlet che Anna Politkovskaja scrisse successivamente per cercare di spiegare a un lettore occidentale cosa sia oggi questo Paese, le sue potenzialità ma, soprattutto, i suoi punti deboli. È un libro dichiaratamente partigiano, e il sentimento anti Putin che lo attraversa è un sentimento comprensibile se si tiene conto che in Europa e negli Stati Uniti l’accettazione senza riserve con cui è stato accolto e continua a essere sostenuto Putin è un po’ surreale e svela chiaramente come l’Occidente si preoccupi più di avere al Cremlino un referente sicuro e con il quale fare affari che non un referente democratico o, addirittura, liberale.
Già il fatto che alla presidenza di una nazione così importante ci sia un ex colonnello dei servizi segreti è un qualcosa che, se si fosse verificato in Paesi di comprovata esperienza liberaldemocratica, avrebbe fatto scorrere sulla stampa fiumi indignati di inchiostro. Perché poi, naturalmente, non si tratta del caso singolo, dell’uomo Putin in quanto tale. Scrive la Politkovskaja: «Secondo fonti indipendenti (non ne esistono altre) sono ormai più di seimila gli ex uomini del Kgb/Fbs con incarichi di potere ai piani alti dello Stato, ivi compresi i posti chiave nei ministeri: nell’ufficio del presidente (due vicedirettori, il capo del personale e dell’ufficio stampa), nel Consiglio di sicurezza (il vicecapo), nell’apparato del governo, nei ministeri della Difesa, degli Esteri, della Giustizia, dell’Industria atomica, al Tesoro, agli Interni, alla Stampa, in televisione e in radio, alla Dogana, all’agenzia russa per le riserve di Stato, al Comitato di risanamento finanziario e via discorrendo. Nel passaggio dall’Urss alla nuova Russia ci siamo trascinati dietro tutti i nostri pidocchi sovietici: il Kgb continua a essere dovunque».
Si spiega anche così quel misto di segretezza, disinformazione, silenzio che circonda non solo fatti eclatanti come il conflitto ceceno e gli atti terroristici della Dubrovka o di Beslan, ma anche avvenimenti, diciamo così, minori: processi e condanne di imprenditori non in linea con la politica del governo, licenziamenti o allontanamenti di magistrati ritenuti non addomesticabili, lo sfascio di enti pubblici che dovrebbero garantire l’elettricità e il riscaldamento, la crisi delle stesse istituzioni militari in una nazione che della propria potenza bellica è sempre stata orgogliosa.
È il problema della transizione, dirà qualcuno. Settant’anni di regime, e di un regime del genere, non passano invano: permeano non solo le strutture di uno Stato, ma il modus vivendi, l’anima di chi lo abita, lavorano in profondità per più di una generazione. La Politkovskaja ne era consapevole: «Cosa siamo divenuti tutti quanti? Noi ex cittadini dell’Urss? Noi che avevamo tutti, più o meno, un lavoro fisso e uno stipendio regolare, a scadenze definite, noi con la nostra fiducia sterminata e inflessibile nel presente e nel futuro? Noi che credevamo che i medici dovessero per forza curare e gli insegnanti insegnare? E senza che si sborsasse un soldo? Che vita è cominciata per noi, quando tutto questo è scomparso? E ancora: quale destino incombe su di noi? Come ci siamo ridistribuiti nello spazio postsovietico dopo un triplo salto mortale? Triplo, sì. Il primo è stato quello della metamorfosi del singolo e della società con la caduta dell’Urss e con l’era Eltsin, quando di colpo non avevamo più nulla, dall’ideologia al salame più scadente, dai soldi alla convinzione che al Cremlino ci fosse un “Grande Padre” che poteva anche essere un despota cattivo, ma che comunque si curava di noi. Il secondo è stato quello della crisi del 1998... Da un giorno all’altro ci ritrovammo con un pugno di mosche a ricominciare tutto da capo. Il terzo salto mortale, infine, è stato quello di, e con Putin, un ibrido bizzarro fra leggi di mercato, dogma ideologico e molto altro ancora. Gli ingredienti sono forti capitali, un’ideologia di taglio marcatamente sovietico, posta al loro servizio e un numero crescente di poveri».
È intorno a quest’ultimo salto mortale che il pamphlet della Politkovskaja prendeva corpo, nell’analisi di una nuova nomenklatura di governo e di partito che lavora al proprio arricchimento e favorisce una corruzione che stritola le piccole e medie imprese e la classe media che le impersona, e sostiene i grandi gruppi e i monopoli paragovernativi grazie ai quali la torta delle tangenti, delle protezioni e delle entrate garantisce la più ampia delle distribuzioni. Sullo sfondo, una forte nostalgia per i miti e i fantasmi dell’antica grandezza, e quindi un’ideologia del capitalismo putiniano che rimanda al tempo della stagnazione brezneviana.
Che raccontasse squarci di vita quotidiana, dal crac economico alla nuova mafia di Stato, dai «cadaveri dimenticati» in Cecenia alle degenerazioni in atto nell’ex Armata Rossa, dallo sfascio del sistema giudiziario asservito al sistema politico al sorgere di un capitalismo rampante e assolutamente spregiudicato, la Russia di Putin era il resoconto emblematico di un Paese che continua a oscillare fra vecchio e nuovo, in cerca di un punto dove posizionarsi, roso dalla umiliazione, voglioso di una rivincita, impossibilitato a tornare al passato eppure nostalgico di ciò che il passato significava.
Nemmeno un mese prima che morisse, in Francia era uscito il suo ultimo libro, una raccolta di pensieri e di considerazioni che recava come sottotitolo «diario di una donna arrabbiata». Era arrabbiata Anna Politkovskaja, era polemica e amareggiata, sicuramente spaventata. Nel condannare il suo assassinio Putin ha dichiarato testualmente: «La sua influenza sulla vita politica russa era insignificante. La sua uccisione fa più danno alla reputazione del governo di quanto non facessero i suoi scritti». Gogol al Cremino.