Una donna e i suoi sei figli uccisi nei bombardamenti

Luciano Gulli

nostro inviato a Beirut

A queste immagini non ci si abitua mai. Hai un bel dirti che sono le stesse che hai visto tante volte a Sarajevo, nel Kosovo, in Somalia o in Afghanistan. La pena, la rabbia, la vergogna si rinnovano ogni volta, facendoti maledire l'abbietta inutilità di questa e di tutte le altre guerre. Intere famiglie cancellate da una bomba finita fuori bersaglio. Bambini amputati. Corpi martoriati che si trascinano nel sangue. Uomini e donne umiliati, costretti a elemosinare una scatola di sardine e un pacchetto di latte in polvere, in fila come prigionieri in un campo di concentramento. Mani protese, e atroci guerre tra poveri, a chi riesce ad arraffare una razione di zucchero più degli altri, e chi se ne frega se il vicino è rimasto senza.
Ai generali curvi sopra le loro carte militari bisognerebbe ricordare ogni giorno che per ogni nemico armato di mitra ci sono dieci civili che non hanno altra colpa se non quella di essere esattamente sulla linea di tiro dei loro cannoni. Ma non è così, ti risponderebbero i generali, che si fanno le guerre. A quelli armati di mitra e di katiusce, che nascondono i loro ordigni negli ospedali e nelle scuole, e si fanno scudo della popolazione civile, e insieme a un ferito caricano sulle ambulanze grappoli di bombe e commandos, bisognerebbe ricordare ogni giorno che non è colpa dei generali nemici se poi muoiono anche i bambini. Ma è solo così, suscitando lo sdegno e la riprovazione del mondo intero, quando si possono offrire alle telecamere mucchi di cadaveri e quando comincia a lievitare nell'etere la parola magica: «emergenza umanitaria»; è solo così, risponderebbero, che si può sperare di fermare un esercito vero, con i carri armati, le navi e gli aerei.
Il Daily Star, quotidiano libanese di lingua inglese, dedica ogni giorno un'intera pagina alle vittime di questa ennesima operazione di bonifica nel sud del Libano. Ce ne sono state tante altre, in passato. Una si chiamava Pace in Galilea. Suonava bene, evocava un clima da Pasquetta, quella soave e astuta denominazione. Ma la pace in Galilea che si pensava di conquistare a suon di bombe e di massacri è sempre di là da venire. Quelle che sono rimaste le stesse, sono le facce delle vittime. Chi era bambina al tempo della Pace in Galilea regge ora un infante al petto. E chi giocava a nascondino nei corridoi di una scuola adibita a campo profughi vede ora i suoi figli fare lo stesso.
Sul giornale libanese oggi c'era una bella rassegna di sfollati da Sidone. Gente costretta a passare la notte sotto le stelle, su un materasso di gommapiuma alto quattro dita. Palestre trasformate in dormitori. Aule trasformate in bivacchi, con i banchi ammonticchiati da una parte e la biancheria stesa su un filo tirato da un pizzo all'altro della stanza; vecchi e malati nell'inutile attesa di un convoglio della Croce rossa.
Poi ci sono i morti. Quelli di cui dopodomani nessuno si ricorderà più, tranne i loro figli, le loro mamme, i loro papà. Per tutti gli altri diventeranno numeri, statistiche, e poi più nulla. Come i 23 morti (quelli accertati) di ieri. Sette, questa sporca guerra se li è presi in un colpo solo. Una intera famiglia, composta da una donna e dai suoi sei figli, rimasti sepolti sotto le macerie di una palazzina isolata a Nabatiye, 75 chilometri a sud est di Beirut, centrata da un missile israeliano. È rimasto vivo - posto che così si possa dire - il padre di quei bambini, il marito di quella sventurata. Si chiama Adnan al-Kharakkeh, è un impiegato della Difesa civile. Ci si stupirà, domani, se il signor Adnan si presenterà a un ufficio di reclutamento dell'Hezbollah, ingrossando le fila degli armati di odio e di rancore?
Altri sei civili sono caduti sotto i missili sparati da elicotteri sul villaggio di Ain Arab, vicino al villaggio di Ghajar, al confine tra Siria, Israele e Libano. Altri 8 cadaveri erano sulle strade della regione di Tiro, tra cui cinque persone della stessa famiglia, polverizzata mentre su un'auto cercava scampo al nord. Quattrocentocinquantatré morti dall'inizio della guerra, secondo una contabilità che ogni ora viene aggiornata. Per non dire dei feriti, degli sciancati, dei mutilati. Numeri, statistiche.
Numeri che lieviteranno rapidamente, se è vero che ora gli israeliani (come sostiene un rapporto di Human rights watch pubblicato con grande evidenza e grandi fotografie dal settimanale americano Newsweek) hanno cominciato a usare le vietate bombe a grappolo. Morti che finiranno anch'essi in una anonima fossa comune. Come quella (la seconda) che hanno allestito ieri a Tiro, dove hanno calati i corpi di 31 morti. Nella prima, dove ce ne sono già 120, non c'era più posto.