Donna Olimpia, il fantasma «femmina e rovina»

Rita Smordoni

Fantasmi a Roma? Come diceva il grande Eduardo: non è vero, ma ci credo. Nella Città Eterna, neanche a farlo apposta, le ombre del mistero sono quasi sempre donne. Creature allo stesso tempo belle e dannate. Come lo spirito irrequieto di Donna Olimpia, al secolo Olimpia Maidalchini, XVI secolo, detta «la Papessa». Potente come una regina, comandava a piacimento su tutta Roma. Il popolo, però, la chiamava con il soprannome di «Pimpaccia», per le sue origini popolane. Bella, intelligente e molto scaltra, Olimpia (nata a Viterbo nel 1592) aveva sposato un ricco concittadino. Rimasta subito vedova, a 20 anni, si era rimaritata in quattro e quattr’otto con il nobile Pamphilio Pamphili, di trenta anni più vecchio, fratello del Cardinale Giovanni Battista. Vedova di lì a poco per la seconda volta, Olimpia divenne la consigliera più ascoltata del Cardinale, nel frattempo salito al soglio pontificio con il nome di Innocenzo X (1644-1655). I maligni dissero che del cognato Papa (uomo che tutti definivano «ruvido e bruttissimo») condivideva anche il letto.
Fatto sta che in pochi anni quella che un tempo era «la Pimpaccia» divenne la donna più temuta di Roma. Viveva nel sontuoso palazzo Pamphili in piazza Navona, uno dei più belli della città, fatto edificare personalmente da Innocenzo X. La statua parlante di Pasquino per combinazione si trovava proprio alle spalle di piazza Navona. E Pasquino la bollò: «Chi disse donna, disse danno! Chi disse femmina, disse malanno! Chi disse Olimpia Maidalchina, disse femmina, danno, donna e rovina». Tutti coloro che avevano da chiedere qualcosa al Papa, dovevano passare prima da lei. E quasi sempre il suo appoggio era concesso solo dietro ricchi regali e lasciti. Una vicenda la sua, che fece fiorire i proverbi: «Ha fatto come Donna Olimpia. S’è presa dono e presente». Nel giro di pochi anni Olimpia accumulò una fortuna. Lo stesso Bernini poté erigere la Fontana dei Quattro Fiumi al centro di piazza Navona solo dopo averle fatto cospicui doni. Il Papa le regalò la splendida Villa Pamphili.
Il celebre poeta dialettale Gigi Zanazzo (1860-1911) la immortalò così: «Si ppe’ strada trovava quarche giuvenotto che j’annava a ffaciòlo, se lo faceva annà’ ar su’ palazzo, se ne serviva come je pareva, e ppoi perché nun avessi parlato, lo faceva sparì’ drento un trabocchetto. Se ricconta che quanno un principe o un signore je mannava quarche rigalo, lei, se je piaceva er portatore, se lo portava in cammera, ce faceva er commido suo, e ppoi lo faceva sparì». Le cattive condizioni di salute portarono, infine, Innocenzo X alla tomba. Donna Olimpia fiutò che il vento sarebbe cambiato, non perse un attimo e si portò via due casse piene d’oro che il pontefice morente custodiva gelosamente sotto il letto. Poco dopo «la Pimpaccia» fu esiliata da Roma dal nuovo Papa, Alessandro VII. Si ritirò in una splendida villa a Viterbo, ma non sopravvisse a lungo: la peste le tolse la vita nel 1657. Lasciò un’eredità di due milioni di scudi d’oro, una fortuna.
Ma se Olimpia da viva fu spietata e potente, non meno temuta lo è rimasta dopo morta. Ancora oggi c’è chi giura di vederla correre di notte su un cocchio nero per via della Lungara diretta a Trastevere. «Quanno er papa stava pe’ mmorì’, llei aspettò che spirasse, pe’ pportajese via du’ cassóne piene d’oro - scrive Gigi Zanazzo - Se le fece caricà’ in de la su’ caròzza e ccommannò ar cucchiere, che ffrustasse li cavalli e ccurésse a rotta de collo. E incora adesso, si a mmezzanotte in punto passate pe’ vvia de la Lóngara, sentite incora e’ rumore de quela carozza che ffugge». La credenza popolare ne vede di tanto in tanto l’ombra anche sui tetti di piazza Navona. Alcuni ne avrebbero riconosciuto il volto dietro le finestre e si narra che la sua risata, durante i temporali, faccia agghiacciare il sangue. Vederla, dicono i più superstiziosi, può essere presagio di morte e di disgrazie, ma anche l’occasione per avere dall’oltretomba dei numeri da giocare al Lotto. Sempre che si abbia il coraggio di chiederglieli.