Donne, il catalogo è questo

Torna «L’altra metà dell’avanguardia», lo studio di Lea Vergine dedicato alle artiste del periodo 1910-1940

Lea Vergine, studiosa delle avanguardie storiche, realizzò, tra il 1980 e il 1981, l’imponente mostra - al palazzo Reale di Milano, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, alla Kulturhuset di Stoccolma - e il relativo catalogo L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. Fu una sortita importante, memorabile per la passione e il rigore con cui l’autrice «sistematizzò» una sorta di «canone» dei contributi preziosi (a lungo sottaciuti dalla critica corrente) alla storia dell’arte da parte di pittrici, scultrici europee note ma (quasi) mai poste nella giusta luce per i loro oggettivi, originali meriti. E, piuttosto, inserite genericamente, indistintamente nei ciclici movimenti (cubismo, futurismo, dadaismo, astrattismo, nuova oggettività, surrealismo) succedutisi in quel periodo.
Di qui, il pregio anche maggiore del lavoro di Lea Vergine, in ispecie per quel catalogo-documento ora ripubblicato dal Saggiatore (pagg. 410, euro 49) per colmare una obsolescenza imperdonabile e per offrire anche ai cultori d’arte più giovani un testo impareggiabile e un volume sul piano grafico-antologico di smagliante nitore e completezza. In tale contesto vanno peraltro precisate le opzioni-guida che hanno governato la strategia espositiva adottata dall’autrice; opzioni-guida ribadite ora nel rieditato catalogo, soprattutto allorché si sottolinea: «Forse sarà utile far notare che man mano che le poetiche alle quali queste artiste appartenevano riscuotevano credibilità sociale, esse venivano lentamente emarginate, accantonate, epurate... molte di esse, le artiste, hanno una grandiosità deforme, burlesca... sono state terribilmente eccentriche... alcune si sono autoemarginate a favore dei loro compagni... sono state il ghetto che non colloquia con la città, vive per delega... “dalla cronaca all’eternità senza fruire un momento di storia”».
Strutturato così, il volume, corredato da riproduzioni delle opere prese in esame, secondo una griglia documentaria quasi didattica (schede professionali, dati biografici relativi ad ogni singola artista evocata, di quando in quando, anche in effigie) è uno strumento di conoscenza, di studio, di lavoro impagabile proprio perché attraverso le fisionomie psicologiche, espressive di artiste quali Marianne von Werefkin, Pasquarosa, Gabriele Münter, Deiva De Angelis, Vanessa Bell (sorella di Virginia Woolf), Edita Broglio, Natalia Gonciarova, Aleksandra Ekster, Meret Oppenheim, Antonietta Raphaël, Sonia Delaunay, Bice Lazzari, Georgia O’Keeffe, Carla Accardi riaffiorano vive e vibranti memorie, ricordi insospettati in un continuum fino a ieri abitato più da ombre indistinte che da volitive donne dotate di talento, di creatività tutta originale, tutta autonoma.
Oltre l’improba fatica affrontata da Lea Vergine per dare corpo e senso definiti ad uno studio, ad una ricerca per tanti aspetti senza precedenti, il volume offre nei capitoli conclusivi un rendiconto sia degli incontri dal vivo che l’autrice ha sperimentato con le artiste superstiti ancora nei declinanti anni ’70 e negli incipienti anni ’80, sia dell’avventurosa, strenua fase operativa per assemblare, reperire, organizzare una mole di informazioni, di reperti, di notizie allettantissima. E qui, tra una perlustrazione affannosa alla ricerca di donne ormai sommerse in un oblio vischioso, quasi impenetrabile, episodi desolanti di boicottaggio burocratico, gli andirivieni logoranti per mettere a punto materiali e testi apparentemente incongrui, si consolida una constatazione illuminante.
Ricorda infatti Lea Vergine sul conto delle superstiti protagoniste della sua impresa «impossibile» nel capitolo cruciale «L’arte ritrovata»: «Le viventi che andavo avvicinando avevano tutte uno stile causeur, non erano mai larmoyantes; disintegravano, col loro modo di ricordare, il fanatismo delle ideologie sotto le quali si erano mosse... Via via che vedevo le opere osservavo che gli elementi convenzionalmente femminili - il narcisismo, il privilegiare gli itinerari della memoria, il compiacimento diaristico - erano del tutto assenti». Una rivelazione che accredita l’ulteriore approdo di Lea Vergine quando sostiene: «Non ho mai inteso dimostrare che ci sia stata una ricerca formale delle artiste da contrapporsi a quella degli artisti; piuttosto che, a parità di livello qualitativo, non riesco a vedere diversità alcuna».