Donne imbottite di pillole così diventano uomini

Imbottite di pillole, entusiaste di applicarsi cerotti anticoncezionali, di inserire nell'utero dispositivi meccanici, di assumere sostanze chimiche per abortire o per non restare incinte; ma anche disposte a sottoporsi a pesanti trattamenti ormonali per la fecondazione artificiale, a trasferimenti di ovociti e impianti di embrioni. Così la medicina e la tecnoscienza vorrebbero le donne: stabilmente insediate nella sala d'attesa d’uno studio medico, per il solo fatto di essere donne. Perché - dicono - la sterilità è una malattia, ma poi, a ben vedere, lo è anche la fecondità, e in fondo anche il ciclo mestruale è segno di una certa anormalità. La norma, infatti, è costituita dal corpo maschile, che non genera, che non ha la stravagante capacità di essere due in uno, di contenere, dentro di sé, l'altro da sé. Quindi è bene nascondere, o meglio cancellare, l'intollerabile anomalia femminile, tanto più che per eliminare il ciclo basta ancora una volta un farmaco, presto reperibile sul mercato. Via tutto, e la vita è tanto più semplice; le donne possono diventare come gli uomini, non è meraviglioso? Non è questo, da sempre, l'irraggiungibile modello dell'emancipazionismo? Abolire la differenza e fare della femminilità un puro décor, una tappezzeria a fiori, utile solo a fini di seduzione. Che il seno abbia come funzione primaria quella di allattare è ormai una verità indicibile e trasgressiva, e infatti una signora che nutriva al seno il suo bimbo è stata cacciata, qualche tempo fa, da un bar della capitale: sono cose che non si fanno. La femminilità va mantenuta entro confini rigorosamente estetici, perché il suo cuore identitario, la maternità, porta con sé qualcosa di scandaloso, l'oscuro potere di innescare il contatto tra la vita e la morte.

È fondamentale, allora, riportare tutto sotto il controllo medico, riducendo il corpo e la sua naturale anarchia in spazi sempre più angusti e residuali. Bisogna artificializzare, medicalizzare il più possibile, espropriare la nascita per trasferirla in laboratorio, un luogo molto più rassicurante, asettico e monitorabile di un qualunque utero di donna. La fecondità va resa un optional il più possibile disincarnato; è meglio cancellare il sangue, le consapevolezze e i ritmi segreti del corpo, e ridurre tutto a una questione biochimica. Leggete, se vi capita, il libro appena uscito di Marina Terragni, La scomparsa delle donne: è lì che stiamo silenziosamente approdando, verso un mondo in cui la differenza sessuale non ha più senso né peso. Come dice Judith Butler, sostenitrice della teoria del «genere», a che serve il vocabolo donna? Visto che non è ontologicamente né biologicamente fondato, chi dovrebbe rientrare in questa incerta categoria? Il corpo si può manipolare, l'identità di genere è declinabile solo al plurale, la dualità uomo-donna è un concetto che ha fatto il suo tempo.
È lì, che alla fine, approda anche la revisione della famiglia; anche questo è un termine che dovrebbe acquisire dignità solo al plurale, eliminando dalla scena l'evento su cui la famiglia si fonda, la procreazione naturale. Il vero nodo della questione è la riduzione della differenza sessuale a un ambito inessenziale, del tutto scisso dal potere di generare. L'idea, emersa con il femminismo, che nascere con un corpo sessuato sia l'esperienza fondamentale che caratterizza ogni essere umano, è in evidente declino. In un vecchio film dei Monty Python, Il senso della vita, c'è una scena di parto che contiene almeno due battute fulminanti. La prima: alla partoriente che chiede cosa deve fare, il medico risponde «Nulla, cara, non sei abbastanza qualificata». La seconda: quando la poveretta osa domandare se il neonato è maschio o femmina il dottore la rimbrotta: «Non è un po' troppo presto per imporre un ruolo al piccolo?».