Donne, l’uguaglianza sta nella differenza

Prendete Terry Hekker. Chi era costei? Quella forsennata americana che a metà anni Ottanta scrisse un libro per sostenere la rivoluzionaria teoria del «voglio tornare a casa» (Ever since Adam & Eve). In sostanza diceva: donne basta lavorare fuori, il nostro posto è tra le mura domestiche. Gettò lo scompiglio tra le femministe, per prima osò violare il sacro tabù dell’emancipazione femminile. Con l’assolutismo radicale di cui solo gli americani sono capaci, la Hekker ha poi scritto un secondo libro per sostenere l’esatto contrario. Il titolo parla da solo: Ignorate il primo libro (Disregard First Book). «Giovani mamme, non fate il mio errore. Oggi chi non guadagna da sé è spacciato» scriveva, dopo essere stata mollata dal marito che aveva mangiato le sue torte di mele per poi scappare con una giovane amante.
Ma tra le due opposte teorie non esiste una via di mezzo praticabile? Marina Terragni pensa di sì. Nell’intelligente pamphlet La scomparsa della donne. Maschile, femminile e altre cose del genere (Rizzoli, pagg. 235, euro 16) mette in discussione l’emancipazione femminile come è stata concepita dagli anni Settanta fino ad ora. Editorialista di Io donna, il Foglio e di Via Dogana (il periodico della Libreria delle Donne di Milano), la Terragni si inserisce nel filone di quello che è stato definito il «femminismo della differenza». Per inseguire la parità e il falso mito dell’uguaglianza con gli uomini, le donne hanno rinunciato alla loro parte femminile. La parità si è ricercata inseguendo i modelli maschili, subendo i tempi e i modi degli uomini. La vera emancipazione sarà invece raggiunta quando verrà riconosciuta la differenza.
Solo chiacchiere tra donne, le solite lamentele? Quando si pone il problema gli uomini rispondono: se vuoi tornare a casa, vacci e restaci. Se non ti va bene il nostro modo di lavorare, il problema è tuo, non nostro. Invece è un problema di tutti, perché è un problema sociale. Se le donne rimandano sempre più in là il momento della maternità e sono costrette poi a ricorrere alle provette, il problema è sociale. Se la famiglie sono allo sfascio, il problema è sociale. Se il welfare nazionale non basta per accudire anziani e bambini, è un problema sociale.
Solo chiacchiere tra donne? Leggete il divertente capitoletto dedicato alle riunioni, dimostrazione tangibile che il discorso riguarda tutti. Scrive Marina Terragni che il lavoro maschile si organizza e si sostiene sul tempo trascorso dentro l’ufficio. Non importa a fare cosa, l’importante è esserci. Per le donne, l’importante è fare. Le riunioni, poi, sono il luogo del lavoro maschile per eccellenza. «Riunioni di un’inutilità e di una noia devastante, in cui la liturgia, l’omaggio al capo, contano più dell’operatività effettiva». Una donna le riunioni le abolirebbe subito. Ecco la differenza.