Donne & Potere: da Antigone a Hillary la rivoluzione si gioca in casa

Si avvicina la festa dell'8 marzo e saremo sommersi da una marea di inutili chiacchiere. In un saggio Ritanna Armeni si chiede: perché in politica non c'è spazio per le signore? Tutto iniziò 2500 anni fa...

Sfogliate i giornali dell’ultimo mese: non c’è giorno che quotidiani e periodici non dedichino un articolo al fenomeno «donna». Il tenore è sempre il solito, tra il compiaciuto e lo stupito: «In Europa più laureate, ma poche ai vertici». «Esclusivo: parla la prima donna chirurgo neurologico». «L’Istat conferma: in Italia donne più laureate ma meno occupate degli uomini». «È un ormone nel cervello il freno al successo delle donne». «Perché le donne non vincono mai». «Donne fuori Borsa. Assenti dal cda di una società su due». Sono titoli presi a casaccio tra una serie di ritagli che affollano la scrivania. L’espresso della scorsa settimana dedicava la copertina a una grande inchiesta: «Sempre e solo donne». Svolgimento: l’emancipazione femminile è prigioniera di troppi pregiudizi. Insomma, parlare di donne è molto di moda. E adesso che ci avviciniamo all’8 marzo, preparatevi a un’invasione di ultracorpi femminili, una marea di chiacchiere che faranno venire la nausea.
In questo bombardamento mediatico arriva un libro interessante. L’ha scritto Ritanna Armeni, che tutti conoscono perché è la giornalista che conduce su La7 la trasmissione Otto e mezzo con Giuliano Ferrara. Una firma di sinistra (ha lavorato al manifesto, a l’Unità, a Rinascita e ora scrive per Liberazione) che si interroga su un tema caro (a parole) alla sinistra: perché in politica non c’è spazio per il «secondo sesso», come lo definì Simone de Beauvoir. Il saggio-pamphlet della Armeni si intitola Prime donne (Ponte alle Grazie, pagg. 117, euro 10) e dà per acquisito tutto quanto fa ancora notizia sui giornali, come abbiamo detto sopra: cioè che l’emancipazione femminile ha prodotto vari risultati, che le donne sul lavoro si stanno facendo strada seppure con mille difficoltà, che negli ultimi cinquant’anni una lunga serie di conquiste sono date per compiute. E si chiede: un’indagine del World Economic Forum riguardante 115 Paesi rivela che, benché le donne siano riuscite a colmare per il 90 per cento il gap di genere nell’istruzione e nella salute, non sono andate oltre il 15 per cento quando si tratta del potere politico ai livelli più alti: come mai? Solo l’ultimo santuario rimane inviolato: la stanza dei bottoni. Il potere. Il potere rimane maschio.
Ritanna Armeni non è una lamentosa e neppure una femminista arrabbiata. Anzi è molto pacata quando racconta la storia del potere vista dall’altra metà del cielo. Siamo abituati a leggere questa storia scritta dagli uomini (un libro per tutti: Il letto e il potere di Filippo Ceccarelli, ed. Longanesi) o scritta da donne che raccontano il potere delle donne accanto agli uomini (un libro per tutti: Amanti e regine di Benedetta Craveri, ed. Adelphi). Oppure le storie delle donne nell’ombra (un libro per tutti: Storia delle altre. Concubine, amanti, mantenute e amiche di Elizabeth Abbott, ed. Mondadori). Manca il capitolo finale: la storia delle donne al potere in quanto donne. Non di donne come Margaret Thatcher, Golda Meir o Indira Gandhi, fortissime e carismatiche, ma che hanno riproposto e seguito i modelli maschili. La Armeni si augura che in un futuro prossimo si possa far politica rimanendo se stessa, senza essere costretta a mettere i pantaloni, e va a cercare le cause del mancato sfondamento dell’ultimo e più ambito soffitto di cristallo.
Le cause sono tante, ma semplificando molto si possono ricondurre a una, quella che chiameremo la «Sindrome di Antigone». La figlia di Edipo si scontra con Creonte, tiranno di Tebe, che non le permette di seppellire il fratello Polinice, colpevole di aver cercato di spodestarlo. Chi attenta al tiranno deve essere punito: Creonte rappresenta la legge e segue una legge scritta dagli uomini a uso degli uomini. Antigone pensa che quella legge sia sbagliata e per questo morirà. La sorella Ismene la prega di non disobbedire: «povere donne siamo nate,/ conviene ricordarlo, e tali essendo/ non possiamo competere con uomini./ Più potenti di noi sono i signori/ nostri; insensato quindi trasgredirne/ gli ordini, pur se fossero più tristi». Che cosa risponde Antigone? «Compio cose gradite a chi più amo». E così capovolge l’ordine dei valori: lei segue un altro istinto che non è quello del potere.
Una delle figure mitologiche più potenti e più belle raccoglie e riassume tutto il potenziale «eversivo» delle donne al potere. Ha ragione la Armeni quando spiega: «Ritroviamo in Antigone l’estraneità femminile alla politica, il giudizio negativo nei confronti di norme recepite ingiuste in quanto incomplete». E infatti, ancora oggi, quante donne si tengono lontane dalla politica perché non sono disposte a giocare con le regole scritte dagli uomini secondo i loro canoni? «In fondo a ogni donna c’è Antigone», scrive la Armeni.
Poi si possono fare tutti i bei discorsi che vogliamo sulle corse presidenziali di Ségolène Royal e di Hillary Clinton, sul fatto che oggi soltanto tredici donne nell’intero pianeta sono ai vertici del potere (la tedesca Angela Merkel, la cilena Michelle Bachelet e l’argentina Cristina Fernández de Kirchner sono solo le più note); sul fatto che l’Italia ha meno rappresentanza femminile in politica del Rwanda eccetera.
Ciò che molti si chiedono (e se lo domanda anche la Armeni) è: perché mai le donne dovrebbero essere meglio degli uomini nella gestione del potere? Tutte le signore che si sono cimentate hanno spesso ripetuto gli stessi errori degli uomini. Forse la rivoluzione del terzo millennio sarà proprio questa: una schiera di novelle Antigoni che riescano a imporre il modello della figlia di Edipo.
In modo che a nessuno sciocco giornalista venga più in mente di chiedere: «Che cosa si prova a essere primo ministro donna?». Lo domandarono a Golda Meir che rispose lapidaria: «Non so rispondere perché non sono mai stata primo ministro uomo».