Le donne sacerdote? Di' la tua

Il presidente della Fondazione San Raffaele scrive sulla rivista <em>Kos</em>: &quot;E' ora di distruggere tutti i burqa, anche quelli della discriminazione nell'esercizio del sacro&quot;. <strong>SONDAGGIO: <a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=126">sei d'accordo? VOTA</a></strong>

Le donne sono ancora vittime di una «opinione ludica» che le ha «fatte a uso dell’uomo», e sarebbe ora di «distruggere tutti i burqa, anche quelli della discriminazione nell’esercizio del sacro», aprendo loro anche l’accesso al sacerdozio cattolico. Lo afferma don Luigi Maria Verzé, presidente della Fondazione San Raffaele in una delle pagine di un lungo articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista Kos, in libreria dal 9 dicembre.
Don Verzé propone, quasi meditasse a voce alta, la sua risposta all’insopprimibile domanda che ogni uomo pone a se stesso: «Tu chi sei?». «È una domanda primigenia – scrive il sacerdote – che ci si fa a tutte le età, dall’uso della ragione all’ultimo respiro. Non foss’altro, è la morte che vi ci costringe. L’incombere inesorabile della morte e la terrea provvisorietà ci impongono di chiedercelo. Se non fosse questa spada di Damocle appesa sul nostro capo con un crine di cavallo, penseremmo sempre presuntuosamente, ma poco realisticamente al da dove vengo, perché ci sono, chi sono, dove vado? Non c’è scampo: una risposta ce la dobbiamo dare».
«Nell’ambito delle possibilità – è la prima risposta di don Verzè – ho imparato che potrei essere un asteroide, un quadrupede, un quadrumane, un minerale. Potrei anche essere un vegetale o un angelo. Nella realtà di cui e in cui vivo, non sono nessuno di quelli, né degli altri innumerevoli possibili. Sono invece homo, da humus (terra), il più bello degli esseri che abitano la terra, perché dotato di corpo, di intelletto, di spirito; un essere cioè univoco, un io irripetibile e indistruttibile».
Il punto fermo «tutto mio, indipendente da tutto ciò che sotto, sopra, di fianco mi circonda» è «il mio essere libero», scrive don Verzé. «Libero perfino di negarmi a Dio, a Dio che libero mi ha concepito. Sono libero di affermarlo, come altri sono liberi di discuterne fino a negarlo o, meglio, non riconoscerlo».
«Esistono molte persone intelligenti – continua il sacerdote – che si dichiarano atee, ma non lo sono affatto. Lo dicono perché vogliono Dio senza Dio, cioè se Lo vogliono conquistare da soli, non come anticipazione imposta. Lo vogliono conquistare con la libertà, perciò prescindendone. Tutti sanno che il sole c’è, ma tutti tendiamo a prenderlo senza intrugli, nudi come siamo fatti, adagio, con l’attenzione a non ustionarci. Così Dio si dona, ma l’intelletto ha l’esigenza della gradualità che combacia con la libertà».
Nella confessione del fondatore del San Raffaele, fanno capolino accenni e accenti critici verso le posizioni della Chiesa cattolica. «Ho studiato la Sacra Scrittura, la morale e la dogmatica. Quest’ultima l’ho trangugiata, ma non del tutto metabolizzata. In altre parole, io mi sento libero come drammaticamente esigeva Paolo quando parlava della legge ebraica, che uccide perché provoca trasgressioni. Una riflessione: sarebbe catastrofico se, volta a volta, si lavassero i panni della legge positiva, quella fatta dagli uomini pur sacri, nella legge naturale, scolpita dal Creatore nella ragione e nel buon senso?». «E non sarebbe ora – aggiunge – di leggere i testi sacri con interpretazioni più avanzate o adeguate alla conoscenza moderna? O non possono più esistere profeti spinti dallo Spirito Santo?».
Infine, il passaggio sulla donna. «È ora di distruggere tutti i burqa, anche quelli della discriminazione nell’esercizio del sacro. Alle volte mi chiedo (ma esagero?): se il primo ingresso del Verbo nell’umano è avvenuto tramite una donna, il quotidiano suo reingresso sugli altari tramite preti donna, oltre che preti uomo, sarebbe dissacratorio?».
La domanda di don Verzé è destinata a rimanere per il momento senza risposta. O meglio, ha già avuto una risposta quando, nel 1994, Giovanni Paolo II con uno dei documenti più brevi e autorevoli del suo pontificato ha ribadito il «no» della Chiesa cattolica al sacerdozio femminile.