Dopofestival, vetrina per l'ego dei giornalisti

Se cinque giornate di fila dedicate al Festival di Sanremo vi sembrano troppe, a maggior ragione dovrebbero apparire sproporzionate quelle riesumate per il Dopofestival, pratica tv per nottambuli insonni che era stata soppressa una volta riscontratane la sostanziale mancanza di senso. Nemmeno un conduttore che sa il fatto suo come Chiambretti riesce a togliere al Dopofestival quella sensazione di operazione datata, di chiacchiericcio esibizionista, di attacchi giornalistici egoici e personalizzati contro cantanti che ancora accettano, e non se ne capisce il motivo, di sottoporsi a un giochino al massacro che poteva avere la sua ragion d'essere (ammessa e non concessa) in anni in cui l'attesa per il Festival e per le sue polemiche si nutriva di una accertata quota di fibrillazione. Ma davvero, oggi, si può pensare che Sanremo abbia una capacità di coinvolgere e di alimentare la nostra voglia di sputare veleni e cattiverie o anche solo punzecchiature legate a quanto stona quella, a come è emozionato quell'altro, a come veste e gesticola tizio o sempronio? Davvero è pensabile che sia attuale l'idea di un gruppo d'ascolto che ancora finge di agitarsi e di affilare la lingua e caricare le pistole per poi sparare contro questo o quel cantante, per mettersi in mostra attaccandolo o magari difendendolo ed esprimendogli solidarietà con altrettanta retorica pomposa? Se è stata messa in dubbio da anni l'idea che il Festival rappresenti lo specchio del costume italiano, e se è tramontata da ancora più tempo la convinzione che illustri lo stato della canzone italiana, non si capisce perché non ci si debba far venire qualche sospetto ancora più sostenuto sull'anacronismo del Dopofestival e sulle sue rancorose litanie forzatamente polemiche. Spiace constatare come questo tipo di appuntamento sia soprattutto una palestra di visibilità per una categoria, quella giornalistica, che nel complesso non spicca certo per il suo coraggio nelle occasioni civiche importanti, ma che sembra ritrovare di colpo tutta la sua voglia di incalzare, questionare, chiedere conto e alzare la voce se ha di fronte Facchinetti padre e figlio, la Hunziker o Nada. Non è mai stato un grande spettacolo, il Dopofestival, nemmeno negli anni in cui il Festival nasceva e si sviluppava tra tensioni e pathos di tutti i tipi, tali da giustificare la pena di una coda ulteriore per far trovare un terminale di sfogo a tutta la quantità di adrenalina accumulata. Ma nel 2007, con i telespettatori abituati ormai a ogni genere di provocazione televisiva, l'idea che serva ancora un Dopofestival per farsi notare, o anche solo per alimentare qualche stanca polemica, appare davvero anacronistica.