La doppia faccia di Hong Kong separata in casa da Pechino

Nella capitale delle contraddizioni ci sono arditi grattacieli e casette che sembrano bare. E due popoli dalle realtà opposte

Gabriele Villa

S civola lungo l'autostrada la Tesla Model S, che ci ha accolto all'aeroporto. È come se bucasse quella bolla di interrogativi dentro cui sembra galleggiare Hong Kong. Sfilano in rapida successione non i grattacieli da archistar che ci si aspetta, ma alveari verticali. Case microscopiche dove le finestre sono feritoie che strizzano la luce. Sono le case-bara, loculi da 600 dollari di affitto al mese per 11 metri quadrati, che le Nazioni Unite hanno definito «un insulto alla dignità umana», ma che continuano ad essere costruite in ogni parte della megalopoli. Palazzoni su cui si arrampicano, senza alcuna protezione, muratori e carpentieri fidandosi solo delle impalcature di bambù. Cantieri ovunque, striscioni, manifesti è come se indicassero la strada per raggiungere Bauhinia Square, il punto dove tutto è cambiato allo scoccare del 1 Luglio 1997, con il passaggio di Hong Kong, dopo 159 anni, dalla Gran Bretagna alla Cina. La piazza del fiore nazionale, quel fiore strettamente imparentato con l'orchidea, che è finito sulla bandiera del Paese e che qui, nel District finanziario, è plasmato in un monumento dorato. «Torniamo ad essere padroni in casa nostra» fu la storica frase pronunciata dai leader cinesi quella notte che segnò lo sbocciare di una nuova vita: Hong Kong Regione amministrativa speciale della Cina, secondo i desiderata di Deng Xiaoping (un «Paese due sistemi») che non fece in tempo a vedere lo storico handover. E nemmeno avrebbe potuto immaginare che qui, come sentenzia una ricerca universitaria di Hong Kong, ogni anno cresce il malumore verso la Cina. Tanto che anche le cronache recenti registrano retate ed arresti in vista della visita del primo Luglio del presidente cinese Xi Jinping per le celebrazioni del ventennale. Perché, dal «Movimento degli Ombrelli» ad oggi, il dibattito sull'indipendenza e sui limiti dell'autonomia «garantita» da Pechino è tema caldissimo a Hong Kong. Mentre della vecchia Inghilterra, abolito l'insegnamento dell'inglese nelle scuole, restano solo la guida a sinistra e le code ordinate alle fermate degli autobus.

Sotto i nostri occhi sfila un lungo serpentone silenzioso di manifestanti che innalzano foto di dissidenti arrestati o giustiziati in Cina e invocano libertà, rispetto dei diritti umani. Ma se ti guardi attorno scopri l'altra metà della «bolla». È qui nel Central District che il nostro immaginario trova soddisfazione: veri grattacieli e arditezze architettoniche come l'Hong Kong Convention and Exibition Center, la Tower della Bank Of China, il Lippo Center, l'Ifc Tower and Plaza. È qui che si evidenzia, tra le camicie bianche e i completi skinny dei traders della finanza, la più stridente delle contraddizioni. Qui dove, ogni sera, la chiusura della terza Borsa asiatica si stempera dentro un Mojito o un Margarita come fossimo a New York, o a Dubai o Londra, sulle terrazze che godono il privilegio del tramonto sulla baia e dove l'altra Hong Kong, che pure par di toccare, sembra lontanissima. Perché là, sull'altra sponda, che il ferry cuce con questa ogni dieci minuti, non ci sono camicie bianche né abiti trendy ma il formicaio umano di tanti «chicchi di riso» appiccicati, in mezzo ai quali devi districarti. Un'onda di gente che invade i marciapiedi, la metropolitana, e i double tram. Un'onda che ti inghiotte e ti lascia un varco solo quando qualcuno si ferma davanti ad uno chiosco di quegli street food che ti tramortiscono coi loro mille odori, quello dei pesci essiccati, degli spiedini di carne e spezie, di gigantesche seppie che vengano tagliate a pezze vive davanti ai tuoi occhi, o della trippa che già alle dieci del mattino è pronta per entrare in un fagotto di pane.

C'è folla allo Star Ferry, dove con l'equivalente di cinquanta centesimi vai dall'altra parte, al Central e dove, sotto la Clock Tower o lungo la darsena, alle 20 in punto, quando si celebra lo show son et lumiere dei grattacieli, c'è la luce giusta per i selfies e la foto-cartolina. Con il ferry, o con il metro, puoi arrivare anche a Lantau, l'isola del Budda gigante, e del tempio dei diecimila Budda. Ma anche l'isola che sa vendere molto bene, come «Venezia d'Oriente», quel suo precario villaggio di bambù e lamiere sui canali. Dove in realtà non ci sono né calli né campielli ma solo sgangherati ponticelli tra i quali si infilano botteghe dall'odore non proprio invitante, che ti rimane addosso fin quando non ti tuffi sotto la doccia e sei pronto per andare a cena. Solo che sei nella Hong Kong delle contraddizioni, non sei a Dubai o a New York o anche solo a Parigi. Qui l'ultimo ordine è alle 22 dopodiché lo spazzolone degli inservienti comincia a passarti tra le gambe per sospingerti fuori. E quindi? Se la gente dell'altra riva, quella del District alle 17 stacca, prende l'aperitivo sulle terrazze di grattacieli e poi fa ritorno nei Nuovi Territori, ignorando l'altra Hong, la gente al di qua, si rifugia in qualche locale a bere, o in qualcuna delle centinaia di saune- massaggi con relax annessi. Oppure a Temple Street, che fino a mezzanotte, si trasforma in una sorta di sexy shop all'aperto con bancarelle che propongono ogni genere di «giocattolo» per inseguire il piacere a buon mercato.

Ma inutile far domande e chiedere spiegazioni perché in tutti i negozi, come a bordo di tutti i taxi, come per strada, nessuno parla inglese, né è in grado di leggere una parola in inglese. Mostri la foto di un piazza e di un luogo con una didascalia in cinese e forse hai qualche probabilità di raggiungere la meta, altrimenti è il nulla. Con buona pace dell'«eroe nazionale» Bruce Lee, la cui statua, per il maquillage del ventennale, è stata sradicata dalla passeggiata a mare. Come un colpo di kung fu sul passato.