La doppia negazione che non crea un asino

Caro Granzotto autore di Perché parliamo italiano, ho avuto un acceso battibecco con un giovane liceale al quale avevo rimproverato le espressioni «non ne so niente» e «non me ne frega nulla» sostenendo io che due negazioni equivalgono fino a prova contraria ad una affermazione. Lo studente, che è poi quell’asino di mio nipote, sostiene invece che la lingua è «plastica» e si adatta alla parlata comune. Visto che siamo in argomento le sottopongo un secondo quesito: è meglio dire «cedetti alla tentazione» o «cedei alla tentazione»? La seconda forma mi suona male.


E «cessi» dove me lo mette, caro Bartolini? Lei sicuramente conosce la Traviata, se non altro per «Libiam ne’ lieti calici», «Parigi, o cara» e, ci mancherebbe, «Amami Alfredo». Bene, nel secondo atto del melodramma Violetta, l’eroina, fa il suo ingresso nel salone dove era in corso una festa. Vedendola, Flora, la padrona di casa, le corre incontro e le fa: «Qui desiata giungi...». E Violetta, per risposta: «Cessi al cortese invito». Cessi, caro Bartolini, che assieme a cedei e cedetti è una delle forme del passato remoto del verbo cedere. Forme tutte legittime e fra le quali lei può scegliere quella che più le conviene e le piace (anche se bisogna ammettere che «cessi», così démodée, dà alla parlata quel troppo di leziosaggine, d’ostentazione artificiosa che la persona ammodo ha il dovere di rifuggire).
Spinosissima, invece, la questione della doppia negazione. C’è chi la evita con cura e chi ne fa uso con sovrana indifferenza. In latino, che è la mamma del nostro idioma, la doppia negazione negava. Se ne dovrebbe dedurre che per diritto ereditario lo stesso vale per l’italiano. Questo non significa che se dovesse dare proprio fastidio, non la si possa ridurre a singola: «non voglio niente» vale quanto «niente voglio» (mentre «voglio niente» sarebbe sbagliato). Anche nel caso della doppia negazione, pertanto, ciascuno può regolarsi come meglio crede avendo cura di tener presente solo questa regola: «niente», «nulla» e «nessuno» possono fare a meno del «non» quando precedono il verbo (nessuno canta); se lo seguono, il «non» è d’obbligo (non canta nessuno). Poi ci sarebbe il «mica», che molti considerano forma popolaresca, priva dei quarti di nobiltà linguistica. Ma che compare già nel primo dizionario della Crusca come «particella riempitiva, in compagnia della negazione, posta a maggiore efficacia di negare». Di conseguenza si dovrebbe dire «non ho mica fame», ma com’è come non è va benissimo anche «ho mica fame». Quando poi «mica» indica una condizione o un giudizio il «non» può andare tranquillamente a quel paese, come nel caso di «mica male» o «mica tanto». Ciò che ci consente di affermare, caro Bartolini, che, stando così le cose, «mica asino» quel suo nipote (cioè, no, credendo che ciò che è regola sia adattamento alla parlata comune - il salvacondotto degli asini - un poco di asinaggine gli compete).