La doppia sfida dell’Europa

Alberto Indelicato

Per la saggezza popolare non tutto il male viene per nuocere. L’adagio è valido purché si comprenda da che cosa il male sia stato prodotto e si utilizzino gli strumenti opportuni per evitare che si riproduca. Solo così da un male può nascere un bene. Abbiamo sotto gli occhi due esempi recenti, due situazioni che i Paesi europei hanno dovuto affrontare e che minacciano di avere gravi conseguenze sul loro futuro: immigrazione selvaggia e mancanza di una politica energetica. Si tratta di pericoli già esistenti da tempo e a cui purtroppo non era stata dedicata sufficiente attenzione dalle classi politiche, timorose di dover prendere delle decisioni impopolari o incapaci di decidere per quieto vivere mascherato da umanitarismo o da malinteso ambientalismo.
Apparentemente queste due situazioni non hanno nulla in comune se non il fatto che negligerli significa affidarsi ad un fatalismo suicida. Da tempo non si è voluto vedere che aprire le frontiere indiscriminatamente a masse di immigrati, a cui non poteva essere assicurato lavoro e condizioni di vita decenti, non soltanto non risolveva i loro problemi, ma li abbandonava allo sfruttamento o alla criminalità aggravando nel contempo le condizioni economiche e di vita dei cittadini. Le misure prese in Italia per consentire l’ingresso soltanto a chi fosse in grado di svolgere un lavoro utile e richiesto dalla società è stato un primo passo nella giusta direzione, che è quella che stanno seguendo il governo britannico e quello tedesco e che intende ora seguire il ministro Sarkozy in Francia.
Naturalmente anche a Parigi il partito socialista grida alla crudeltà di misure che limitino l’immigrazione straniera a coloro che possono veramente contribuire alla produzione, dimenticando opportunamente che fu proprio il loro Mitterrand a proclamare: «La Francia non può accogliere tutta la miseria del mondo». I più recenti avvenimenti nelle banlieues di varie città francesi hanno fatto sì che la classe politica comprendesse la necessità di por termine ad un andazzo che minacciava di degenerare sino ad un punto di non ritorno.
Ed è importante notare che la grande maggioranza dell’opinione pubblica è d’accordo con una vera politica dell’immigrazione e non si fa più influenzare dalle sirene pseudo-umanitarie spesso ispirate da partiti che guardano con ingordigia a future masse elettorali facilmente malleabili.
Un soprassalto analogo nell’opinione pubblica e nelle classi dirigenti si è avuto a proposito della politica energetica, per troppo tempo preda delle utopie eolo ed eliocentriche. L’Europa aveva dimenticato troppo presto lo shock petrolifero del 1973 e si era fatta invece impressionare dall’incidente di Cernobil del 1986, senza tener conto che le centrali nucleari sovietiche erano costruite con l’abituale indifferenza comunista per la vita umana. Così vari Stati decisero di smobilitare le loro centrali e tornare a fonti di energia inquinanti come il carbone o il petrolio. Tra essi la Svezia, la Germania, l’Italia.
Il male foriero (forse) di bene è stato ora duplice. Da un canto ci sono state le minacce iraniane di tagliare i rifornimenti petroliferi ai Paesi che criticano la sua politica matamoresca nei confronti d’Israele e la sua volontà di costruirsi l’arma nucleare, dall’altro la politica russa decisa ad usare il suo gas come un’arma di egemonia e di influenza. Già la Germania di Angela Merkel ha manifestato contro le resistenze dei socialisti associati al governo l’intenzione di non smantellare le centrali entro il 2020, come era stato deciso dal precedente governo rosso-verde. La Svezia esita ad applicare il suo programma di smantellamento delle centrali di fronte ad un’opinione pubblica che a tale misura è contraria all’87%. Anche la Svizzera, che dispone di energia idroelettrica in abbondanza, non vuole dipendere esclusivamente da importazioni di carbone e metano. La Finlandia ha messo in cantiere la costruzione di una nuova centrale. Fuori d’Europa India e Cina stanno aumentando la loro capacità nucleare e chiedono l’aiuto dei tecnici europei.
Solo in Italia per ragioni ben note di convenienza politica (anche l’1% dei voti dei verdi può essere utile...) parte della classe politica esita ancora a prendere posizione, anche se nostri tecnici partecipano alla costruzione di un ennesimo reattore a Flammanville in Francia e potrebbero in un domani prossimo tornare a lavorare in Italia. Durante la campagna elettorale qualcuno avrà il coraggio di porre la questione in maniera netta, sottolineando i vantaggi di un ritorno al nucleare ed i pericoli dell’inerzia e dell’insensata paura?