La doppia vita di Fanfani uomo politico e pittore

Tanto spigoloso nei rapporti personali, quanto delicato nelle chiare atmosfere dei suoi paesaggi oggi in mostra

La “doppia vita” di Amintore Fanfani (1908-1999), l’uomo che per un cinquantennio ha segnato il corso della democrazia italiana, comincia nella bottega del nonno Sebastiano. Qui alla età di nove anni, impara ad intagliare il legno, poi frequenta la Scuola d’arte della Società Operaia in Pieve Santo Stefano, vicino ad Arezzo. Malgrado i successivi studi di economia (fu professore emerito di Storia economica) e la vocazione politica dominante (fu per ben sei volte capo del governo) Fanfani non abbandonò più l’amore prediletto per la pittura fino al termine della vita, con risultati di una sorprendente sensibilità. Duro e spigoloso fu negli affari pubblici, qui invece Fanfani si mostra pacato, tenero e quasi timoroso nel disporre le delicate partiture della sua fabula de lineis et coloribus.
Lo conosciamo meglio adesso, questo pittore, nella rassegna che raccoglie un centinaio di sue opere (dipinti a olio e su carta) realizzate dal 1924 al 1996, e le espone da oggi a Roma all’Istituto Italo latino-americano fino alla fine di giugno. La mostra, curata da Floriano De Santi, è introdotta da un ricordo penetrante di Mariapia Fanfani («la pittura era per lui il taccuino dell’anima...dava corpo alla vocazione sacrificata per rispondere al richiamo della storia..) e da un significativo ritratto dell’amico Ettore Bernabei (...se andavo a incontrarlo a casa nel primo pomeriggio,spesso lo trovavo che stava dipingendo...) che sottolinea fino a qual punto sia lecito parlare di “doppia vita” per la personalità di uno dei nostri più famosi uomini politici. Il fatto è che Fanfani aveva davvero la stoffa del pittore. Che perseguiva tuttavia con la precauzione rispettosa e fin troppo diligente del perfezionatore di stile: minuzioso, tonale, amante delle luci chiare, e di una semplificazione astratta delle forme naturali. Una sua tempera del 1941 fissa le luci d’alba sul lago di Garda al modo del novecentismo purista di chi si diceva allora seguace della forma-colore di Piero della Francesca (e viene in mente Longhi più il «classico-toscano» Giovanni Colacicchi). Ci sono poi nature morte, o per lo più paesaggi che narrano della sua attenta meditazione su certe coeve lezioni e influenze (il “macchiaiolismo” di Ardengo Soffici,il cromatismo geometrizzante di Casorati, il chiarismo di Lilloni, le partiture quasi monocrome di Virgilio Guidi, i corposi tramonti sul mare di Carlo Carrà).
Fanfani ama sperimentare, osserva le maniere della pittura moderna, segue con sintomatica apprensione l’astrattismo e in questo senso gli fanno da guida gli stilemi di Giacomo Balla e Alberto Magnelli. Talvolta invece il suo colore mangia la forma, la dissolve in effusioni pressoché informali dove però resta sempre ferma la intonazione naturalistica della veduta. Accurato, diligente, quasi timido nella composizione (egli è fin troppo critico perfino di se stesso) il pittore si fa strada con discrezione. Il suo nucleo sentimentale si riassume in un forte richiamo al potere formalizzante della luce che si afferma - come il volo degli uccelli - mentre sfalda la resistenza della materia in un pulviscolare intreccio di colori. Il colore poi, è dato talvolta invece a zona piatta per dare risalto ai valori luminosi. Ma non è in queste prove virtuose che la “doppia vita” di Amintore Fanfani si riconosce in pieno, quanto piuttosto nelle vaporose effusioni cromatiche in cui aria, terra e cielo sembrano darsi la mano secondo la lirica di un delicato ritmo interiore. È il piglio di un fisionomismo (cioè: amore per la “ecceità” del singolo episodio) che si riflette perfino nelle caricature, nei bozzetti, nei profili ironici vergati da Fanfani nelle pause di lavoro del parlamento o di un consiglio dei ministri (c’è un perfetto Luigi Einaudi al modo di una cavalletta, il pizzetto montanaro dell’on. Tremelloni, o l’inconfondibile naso-mento di Antonio Segni).
Fanfani non era un dilettante, ma un meticoloso conoscitore della pittura (non a caso ne scriveva con arguta competenza come riguardo all’ammirato Greco e all’amato Piero della Francesca) che nel dipingere tradiva così la passionale insicurezza verso l’oggetto del suo amore. Il che spiega tanto il cauto ed eclettico procedere di maniera in maniera, quanto i ripensamenti, o gli approcci repentini a certe soluzioni di stile. Eclettico ma non manierato, Amintore Fanfani. E sempre capace di tenere ferma quell’attenzione alla purezza della forma luce che resta il segno di una autentica e sincera espressione. Complimenti, caro onorevole, alla sua memoria.