Dossier, magia e nazismoLa caccia al tesorodi Carlo Magno (e Hitler)

Un libro-inchiesta ricostruisce la ricerca di un militare americano per scovare i gioielli dell’imperatore nascosti dal Führer a Norimberga

Nel febbraio 1945, durante l’interrogatorio di un militare tedesco prigioniero, il tenente dell’esercito americano Walter Horn s’imbatté in un tesoro d’arte antica. Sotto il castello di Norimberga, raccontò il soldato, il Reichsfürher Heinrich Himmler aveva fatto costruire un bunker in cemento armato di 360 metri quadri con tanto di celle di stoccaggio, generatori, acqua, condotti di ventilazione eccetera, autosufficiente, insomma. L’ingresso era camuffato in modo tale da sembrare il parcheggio coperto di un negozio d’antiquariato della città vecchia e lui ne era a conoscenza semplicemente perché i suoi genitori abitavano proprio sopra quel negozio, era stato suo padre l’uomo incaricato di curare il sistema che regolava temperatura e umidità nel bunker e sua madre l’addetta alla pulizia.

Fritz Hüber, il prigioniero, elencò all’esterrefatto Horn la presenza di acqueforti, codici medievali, strumenti musicali del Rinascimento, sculture, e poi accennò a una prima cassa che in una teca di vetro conservava le vesti ricamate di un re, a una seconda più piccola con dentro una spada, a una terza contenente la punta di una lancia e uno scettro sormontato da una croce. Fu allora che il tenente Horn si rese conto di essere di fronte ai gioielli della Corona del Sacro Romano Impero, la collezione di manufatti più preziosa d’Europa.

Walter Horn aveva 36 anni ed era un tenente americano sui generis. Era tedesco, si era laureato con il grande medievalista Erwin Panofsky, si era specializzato con Bernard Berenson a Firenze, era fuggito dalla Germania nel ’38 per approdare poi a Berkeley in California e insegnare Storia all’università. L’approssimarsi della fine della guerra lo aveva riportato da Londra, dove aveva affiancato i servizi segreti britannici, in patria, ufficiale della Terza Armata addetto agli interrogatori con il compito di stabilire se, al momento dell’attraversamento del Reno da parte dell’esercito alleato, Hitler avrebbe fatto uso di armi chimiche o biologiche. Invece che nel gas nervino, quel giorno si imbatté in Carlo Magno.

Comincia così Le reliquie di Hitler (Odoya, pagg. 312, euro 22, traduzione di Massimiliano Marconi), il libro di Sidney D. Kirkpatrick costruito su rapporti di intelligence, diari, lettere e interviste, interrogatori inediti: ciò che ne vien fuori sta fra i film di Indiana Jones e i romanzi di Dan Brown, solo che qui è tutto vero.

Il rapporto stilato da Horn finì a Parigi sul tavolo del generale Patton, comandante della Terza Armata, gran conoscitore di storia militare e curioso miscuglio di pragmatismo, sadismo, metempsicosi e manie di grandezza. Patton lo fece arrivare ai generali che in quel momento guidavano la marcia su Norimberga e il 20 aprile gli americani entrarono nel bunker di Schmied Allee allestito sotto il castello, ovvero nella stanza dei tesori della storia. Le acqueforti erano di Dürer, fra i manoscritti miniati c’era il codice Manesse, il canzoniere dei Maestri cantori di Norimberga, fra le sculture l’altare scolpito da Veit Stoss nel XV secolo per la basilica di Santa Maria di Cracovia, in Polonia, fra i mappamondi quello di Martin Beheim... Vennero recuperate anche le reliquie sacre della Corona del Sacro Romano Impero, e fra esse la Lancia di Longino, quella che si credeva avesse trafitto il costato di Cristo sulla croce. Mancavano però all’appello la corona imperiale, il globo, lo scettro e due spade. Chi le aveva sottratte? E perché?

Facciamo un passo indietro. Da un punto di vista storico, i gioielli della Corona non appartenevano ad alcuna nazione, ma a un impero che, come il Terzo Reich, si era in quel momento sbriciolato. Erano i simboli di un concetto medievale di dominio universale iniziato con l’incoronazione di Carlo Magno nell’VIII secolo e terminato mille anni dopo, agli inizi del XIX secolo, quando l’imperatore Francesco I, sconfitto da Napoleone, aveva abdicato. Nell’Alto Medioevo i gioielli della corona erano proprietà personale dell’imperatore, ma nel 1424 l’imperatore Sigismondo aveva rotto questa tradizione con un decreto reale che faceva di Norimberga la loro eterna custode. Nel 1796, mentre Napoleone imperversava in Renania, gli amministratori cittadini avevano trasferito la collezione in un luogo segreto a Vienna e qui era rimasta come simbolo dell’impero absburgico fino al 1918, e poi come reperto storico: annessa l’Austria al Reich, il nazismo le aveva riportate a Norimberga.

Nella testa di Hitler Norimberga era l’anima della Germania, così come Berlino era il cervello e Monaco il cuore. Nei libri e nei racconti per bambini, la città veniva paragonata alla Bella addormentata dei fratelli Grimm: una città-principessa un tempo meravigliosa che nel XIX secolo era caduta nel sonno angoscioso degli ebrei maligni e, risvegliata dal Fürher, der Starke von Oben, «l’uomo potente venuto dall’alto», era stata infine riportata all’antica bellezza.
Si è scritto molto sulle componenti esoteriche del nazismo, sull’uso dei simboli, su una mitologia ricostruita ad hoc. Sotto questo aspetto, quattro degli oggetti mancanti dalla «stanza dei tesori della storia», la corona, il globo, lo scettro e la spada imperiale, erano necessari al rito dell’incoronazione, mentre il quinto, la spada cerimoniale, era lo strumento che i re avevano nei secoli utilizzato per conferire il grado di cavaliere ai sacerdoti-soldati...

Sepolta Norimberga sotto i bombardamenti, la sua rinascita come città imperiale diveniva irrealizzabile e la stessa Lancia di Longino, sacro talismano, perdeva di fatto il suo splendore taumaturgico. Erano la corona e gli altri manufatti a dover essere invece preservati per le future generazioni, e la spada cerimoniale il mezzo attraverso il quale quest’ultime sarebbero state raccolte in una nuova confraternita nazionalsocialista. Nell’immaginazione hitleriana, il Terzo Reich era insomma una monarchia feudale, lo stesso Hitler era nominalmente il sovrano del Sacro Romano Impero.

Nel suo libro Sidney D. Kirkpatrick racconta tutto questo in modo avvincente e convincente, e la caccia alle cinque reliquie mancanti, ai loro trafugatori e al perché di quell’operazione è un vero e proprio giallo di cui non sveleremo altro. Più in generale, si può però dire che nella Germania occupata si creò più di un rapporto ambiguo fra vincitori e vinti, sparirono per colpa dei primi oggetti d’arte e denaro, vennero sbianchettati crimini in cambio di informazioni, furono disinvoltamente riciclati scienziati, tecnici, amministratori del passato regime, una volta verificatane l’utilità in quella che da subito si caratterizzò come la «terza guerra mondiale», ovvero la guerra fredda fra Est e Ovest. Quanto a Horn, fu promosso e congedato, tornò a insegnare all’università, ma sul suo contributo venne fatta calare una ufficiale cortina di silenzio.