La dottora dei poveri malata di maschilismo

Specializzatasi a Torino e a Padova in ginecologia, individuò nei batteri la causa delle febbri puerperali. Odiava gli uomini ma s’innamorò di una specie di «orso» comasco

Delusa dal suo amore italiano, si rifugiò in Svizzera con la bambina nata dalla relazione e convinta che gli uomini erano tutti maschilisti. Se lo era Andrea, con cui aveva rotto e che, socialista com’era, passava per uno aperto, figurarsi gli altri. Meglio metterci una pietra sopra e riprendere gli studi.
La Nostra era però un tipetto bizzarro e invece di concludere il corso di Filosofia iniziato a Zurigo anni prima, si iscrisse a Medicina. Fu un periodo solitario, aggravato dalla tbc contratta in carcere a Firenze. Il soggiorno fu un inferno. Decise di cambiare clima e si trasferì a Napoli. Qui si laureò a pieni voti e incorniciò con soddisfazione l’attestato: «Anja Rosenstein-Medico». Dopo poco, incontrò l’amore definitivo. L’uomo, un comasco, si trovava anche lui a Napoli per caso. Aveva un’aria terribile - alto, barbuto e con la voce stentorea - ma era in realtà un tenerone. Si batteva per l’amore universale, il riscatto dei popoli e altre stranezze. Era proprio il tipo per lei. Anja scrisse a un amico: «In lui c’è una rara armonia tra genialità e cuore. Incontrando nature come la sua, l’anima inasprita si riconcilia un po’ col genere umano che nella maggior parte degli individui è una brutta bestia». I due colombi traslocarono a Milano e affittarono un appartamento con una vista spettacolare sul Duomo.
Soddisfatta della nuova vita, Anja si specializzò in ginecologia prima a Torino, poi a Padova. In laboratorio ebbe un’intuizione da benefattrice dell’umanità. Individuò nei batteri la causa delle febbri puerperali. La scoperta consentì in seguito di trovare la giusta cura per salvare milioni di donne che ancora, nella seconda metà dell’800, morivano di parto. Anja aprì uno studio in via San Pietro all’Orto e cominciò la sua attività di «dottora dei poveri», epiteto con cui fu presto conosciuta in ogni angolo di Milano. Per tutto il giorno riceveva visite o andava nei quartieri più miseri. Vide la sofferenza e la sopraffazione dei ricchi sui poveri e degli uomini sulle donne. Prestava orecchio ai lamenti, aveva per tutti parole di consolazione.
Nonostante le apparenze, Anja non era uno stinco di santo. Aveva un’anima rivoluzionaria ed era attratta perfino dal terrorismo. In gioventù era stata arrestata e espulsa dalla Svizzera e dalla Francia per la sua pericolosità. Frequentava infatti circoli anarchici che cospiravano contro i capi di Stato. In Crimea, della quale era originaria, era stata seguace di Bakunin. Giunta ventunenne a Firenze, quartiere generale dell’anarchia italiana, fu imprigionata per sovversione. Pochi mesi dopo, e per la stessa ragione, fu arrestata anche a Milano. Questi eccessi furono alla base della rottura con Andrea, il suo primo amante italiano. Pur essendo anche lui un utopista e un potenziale sovvertitore, l’uomo condannava la violenza. Poiché per le intemperanze di Anja era continuamente pedinato, impose alla compagna un comportamento più prudente. Di qui, l’accusa di maschilismo, la fine della relazione e, come abbiamo visto, la fuga in Svizzera con la bambina.
Da allora erano trascorsi diversi lustri, ma la dottoressa Rosenstein era sempre un’inquieta. Il barbuto comasco con cui ora felicemente conviveva era, politicamente parlando, un copia conforme di Andrea: un rivoluzionario in pectore, ma distante dai furori della compagna. Anche lui, come era accaduto all’altro, era spesso preso di mira dalle autorità non tanto per ciò che faceva quanto per gli atteggiamenti di lei.
Anja era indomabile e moltiplicava le provocazioni. Teneva conferenze marxistico-femministe che mandavano in bestia i benpensanti. Vedeva nel matrimonio, per fare un esempio, la fonte del servaggio cui era ridotta la donna. «Vi sono - diceva - due forme imperanti di servitù delle donne nei rapporti sessuali: la prostituzione e il matrimonio». Seguivano invettive contro «le donne della borghesia timorate di Dio le cui energie sono tese a compiacere l’uomo». Tanto fece da mettere nei guai sé stessa e il compagno, entrambi oltre la quarantina. Accusati di aver fomentato i disordini del 1898 che sfociarono nell’eccidio milanese di Bava Beccaris, furono condannati a una lunga detenzione. Amnistiati dopo qualche anno, ripiegarono su un più quieto socialismo.
Anja premorì al compagno e ebbe solenni funerali rossi. Ma i fascisti attaccarono il corteo, strappando drappi e corone. Anche da morta, la pasionaria russa restava un simbolo dell’altra Italia.
Chi era?