Dottrinale o pastorale? La Chiesa è una

Sempre più, col passare degli anni, diffido dei testi «indiscutibili», mentre cerco - e sono i casi più rari - parole che si offrano nella loro giusta discutibilità, senza ira. Ne trovo un luminoso esempio sull’ultimo numero del mensile 30giorni diretto da Giulio Andreotti dove appare, a firma di Roberto Rotondo, un’intervista molto interessante al presidente del Censis, Giuseppe De Rita. L’intervista, dedicata all’attuale momento della Chiesa, s’intitola La tentazione di sentirsi minoranza. Su diversi punti dell’intervista non mi trovo pienamente d’accordo, ad esempio sul significato della Dottrina Sociale oppure del «Family Day», ma gli stimoli sono moltissimi.
Il punto più acuto è quello in cui De Rita parla di un rapporto, ormai spezzato, tra «Chiesa dottrinale» e «Chiesa pastorale». «Questo strano cortocircuito - dice De Rita - tra la dottrina della Chiesa e la pastorale, che sono diventate quasi alternative, è iniziato per l’accento posto sul volontariato sociale. Quando si dice che molti preti sono degli assistenti sociali, non si dice una cosa stravagante». In altre parole, De Rita vede una Chiesa sempre più preoccupata da un lato di affermare il proprio corpus dottrinale davanti alla politica e ai mass-media, dall’altro il volontariato sociale cattolico, sganciato dall’azione pastorale, «è diventato cooperativa sociale pagata dalla Regione o dalla Provincia».
In sintesi: una sorta di Chiesa-partito, in cui il progetto sociale e la difesa dottrinaria schiacciano il contenuto primario del cristianesimo, l’annuncio che Dio non solo esiste, ma si è fatto uomo. Il pericolo c’è. Tuttavia non sono del tutto d’accordo con queste affermazioni. Come laico, penso che la dimensione pastorale sia connessa con quella personale: è un problema di concezione di sé, che travalica sia le intenzioni e i programmi pastorali, sia le forme aggregative: e in questo senso non capisco l’identificazione che De Rita fa tra «movimento» e «sentirsi minoranza». Non è il movimento in sé che ti fa sentire minoranza, ma una sorta di snaturamento che viene da dentro l’io. Non sono le azioni che fanno male (volontariato, Family Day, lotta per una legge più giusta in materia di bioetica) ma la profonda mancanza di chiarezza sul loro vero significato, la mancanza di una guida che aiuti la persona a leggerle, secondo le esigenze fondamentali della sua natura. È questa natura che dobbiamo difendere.