Douch, il carnefice cambogiano che ha scoperto Dio

Il compagno Douch aveva un’aria mite, quasi rassicurante. Indossava sempre una specie di pigiama nero, camminava tenendo le mani dietro la schiena, sorridendo. Poi improvvisamente si trasformava. Spalancava la bocca mostrando i denti tutti storti, urlava. E torturava, torturava, torturava. Senza stancarsi mai, senza mai mostrare rimorso. Nella graduatoria del terrore nella Cambogia ai tempi dei khmer rossi era al terzo posto. Dopo Pol Pot e il macellaio Ta Mok. Era il responsabile della prigione segreta «S-21» di Tuol Sleng. Negli anni Settanta si mormorava che quello era il posto dove la gente entrava ma dal quale non usciva più. Una diceria. La gente come sempre esagera: in quel campo sette detenuti sono sopravvissuti. Su 14mila. Tra quei sette, un fotografo francese, François Bizot, che tra qualche settimana testimonierà al primo processo per genocidio contro i dirigenti khmer.
Sul banco degli imputati troverà, al primo posto, proprio Douch, che però oggi appare come un uomo trasformato. È una pecora del Signore, come racconta il settimanale francese Nouvel Observateur in una straordinaria rievocazione della sua vita. Fu scoperto per caso nel marzo del 1999 da un fotografo irlandese, Nic Dunlop, in un villaggio nel cuore della giungla cambogiana, non lontano dalla frontiera con la Thailandia. Quella mattina un uomo sulla sessantina, magro, dal corpo nodoso si fece incontro al fotografo. «Buongiorno, mi chiamo Hang Pin, lavoro nel campo rifugiati e sono un figlio di Dio», gli disse in un perfetto inglese. Indossava la t-shirt bianca della «Arc», l’Ong americana di un missionario evangelico protestante che a metà degli anni Novanta riuscì a convertire duecento khmer rossi. Probabilmente fu il sorriso a tradirlo, che svelò i denti storti. O forse le orecchie a sventola. Nic sentì un brivido lungo la schiena e istintivamente infilò la mano nella tasca dove per anni teneva la foto di Kang Kech You, meglio noto come «compagno Douch». Uno sguardo, una certezza: era lui.
Una volta smascherato, Douch non tentò di negare: «Se siete qui vuol dire che questa è la volontà di Dio», disse. «Ho fatto cose molto brutte nella mia vita. Ora è venuta l’ora delle rappresaglie. Il mio unico errore è di non aver servito Dio. Ho servito gli uomini e il comunismo». E poi: «Sono profondamente rammaricato per gli omicidi del passato, ma non ho mai provato piacere». Un uomo in apparenza sincero, che oggi turba chi all’epoca lo conobbe, come il francese Bizot.
Maledetto quel giorno del 1971, quando fu fermato a un posto di blocco khmer. Uno straniero, nella giungla, con una macchina fotografica. Per i khmer una spia e come tale doveva confessare. Bizot venne seviziato e poi lasciato per giorni senza cibo, attaccato a un albero, sotto la pioggia nel freddo glaciale della giungla cambogiana. Spesso era Douch in persona a interrogarlo. «Poteva ridere a crepapelle come un bambino e subito dopo mostrarsi spietato mentre il suo volto si trasformava assumendo un’espressione spaventosa», ricorda. Il direttore del campo «S-21» era talmente cinico da salutare con un «Arrivederci!» i detenuti che stavano per essere giustiziati a colpi di randello. Nel suo diario scriveva: «La tortura deve essere lenta, dura, incessante, anche se conduce allo svenimento o alla morte».
A un certo punto Bizot confessò di aver celato la conoscenza dell’inglese per non far credere di essere americano. «Far credere? Allora menti», disse il compagno in pigiama nero. Il francese pensò: «È finita». E invece Douch si convinse della sua innocenza e lo fece liberare. Un miracolo nel lager di Tuol Sleng.
Al punto numero 6 del regolamento degli agenti di sicurezza si legge: «Durante il pestaggio o l’elettrochoc è vietato urlare». Douch invitava i suoi collaboratori a «sbarazzarsi dell’idea che picchiare i prigionieri sia crudele. La gentilezza non è gradita qui...». D’altronde nemmeno gli aguzzini potevano lasciare il campo: efficacia, metodo, segreto assoluto. Così voleva Pol Pot.
Le regole erano ferree. Erano previsti tre turni di tortura: dalle 7 alle 11, dalle 14 alle 17, dalle 18 alle 23. Nelle ore di «riposo» i detenuti erano ammanettati gli uni agli altri. Ognuno riceveva quattro cucchiai di riso al giorno. I più fortunati erano quelli sdraiati vicino a una lampada, perché di tanto in tanto riuscivano di nascosto a ingurgitare uno scarafaggio o una tarma. Ma guai a farsi sorprendere: in quel caso le guardie li picchiavano fino a farli vomitare. Molti dei detenuti morivano di fame, ma i cadaveri erano lasciati incatenati ai vivi per diverse ore, spesso per giorni.
Un altro dei pochi che si è salvato è Vann Nath. La sua fortuna? Essere un pittore. E i khmer rossi avevano bisogno di artisti che esaltassero le conquiste del regime. Sul registro di prigionia Douch annotò di fianco al suo nome: «Da conservare per utilizzo». Come se fosse una derrata. E infatti Vann tornò utile, per sostituire un collega i cui quadri non erano piaciuti e che per questo fu ammazzato. Mentre dipingeva sentiva provenire dalle stanze vicine il rumore secco dei colpi di bastone, i gemiti dei prigionieri, le suppliche delle donne. Ma non poteva distrarsi, non poteva commuoversi, men che meno ribellarsi. La salvezza era il suo pennello e allora dava il meglio di sé nel ritrarre Pol Pot, felice e rassicurante nella sua straordinaria umanità. Il compagno Douch passava ogni settimana per verificare l’andamento dei lavori e, da uomo raffinato, suggeriva modifiche e migliorie. Che venivano recepite da Vann con tremante entusiasmo.
Oggi Vann è un bell’uomo di sessant’anni e come Bizot non sa più che cosa pensare. Perché l’uomo che i due ex prigionieri hanno incontrato nel carcere in attesa del processo non è più quello di una volta. Il suo sguardo ha perso il bagliore crudele di un tempo; ora è quello di un uomo sincero a cui tenderesti a dar fiducia. Chi è davvero Douch? Un mostro? Bizot pensa di no. Nel suo aguzzino vede la sconvolgente banalità del male, vede l’abisso in cui ognuno di noi può cadere in determinate circostanze. È la sua verità. E lo turba più del ricordo delle torture.
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