Douglas Coupland, l’odissea metafisica di una donna sola

Eleanor Rigby (Frassinelli, pagg. 276, euro 17), il più recente romanzo del quarantaquattrenne scrittore canadese Douglas Coupland, mi ha riportato alla memoria un romanzo di qualche anno fa, Oltre il giardino di Jerzy Kosinski, da cui venne tratto un bel film con Peter Sellers. In comune, i due libri hanno un’aura di quella che si potrebbe definire solenne svagatezza, o svagata solennità: entrambi i libri trattano infatti di Dio, del Destino, e dell’uomo alle prese con queste due entità metafisiche. Ma lo fanno con apparente leggerezza. Si può ritrarre un dramma usando la tecnica dell’acquerello? Apparentemente no: a una scena violenta si addicono le linee secche di un’incisione, o la profondità dei colori a olio. Coupland invece, evitando di usare tinte forti, stempera la drammaticità del suo racconto usando toni leggeri, colori tenui. Ma l’intensità, la densità del racconto filtrano ugualmente in superficie, e a farle emergere è proprio l’uso di mezzi narrativi e materiali apparentemente inadatti allo scopo. Coupland saprebbe usare benissimo altre tecniche, toni più forti, come dimostrano le scene ad alta tensione durante lo sgombero dell’aeroporto di Francoforte. Le sue diverse scelte narrative sono, appunto, una scelta, e non un limite. La storia che Coupland ci racconta in Eleanor Rigby è quella di Liz Dunn, canadese di mezz’età senza grazia né amori (anzi, per tutti in odore di verginità) che non a caso si è scelta come indirizzo di posta elettronica proprio eleanorrigby@arctic.ca, dal nome della donna irrimediabilmente sola cantata dai Beatles. La vita di Liz scorre noiosa, divisa fra un lavoro che tollera a malapena e serate tutte uguali, passate davanti al televisore nel suo appartamento da single. Finché un giorno, ancora sofferente per l’estrazione dei denti del giudizio (perdita quanto mai simbolica), Liz non riceve una telefonata dall’ospedale, e nella sua vita irrompe un raggio di luce come quello che nelle tele barocche colpisce Saulo sulla via di Damasco. Davanti a Liz si spalanca un piano inclinato vasto come il mondo. Il film Bambi, la cometa Hale-Bopp, un frammento radioattivo di un satellite sovietico, strane visioni di contadini del futuro, ossa che pendono dal cielo appese a fili di lunghezza infinita, canzoni ripetute alla rovescia: come tutto questo possa entrare e cadere a pennello nel racconto di Coupland è questione di grazia, e forse di Grazia. Come per i suoi nove romanzi precedenti - fra cui vanno ricordati almeno Generazione X (termine coniato da Coupland che divenne poi d’uso universale), Fidanzata in coma, Microservi e La sacra famiglia - anche per quest’ultima fatica non sono mancate critiche per il divario fra intensità della scrittura e relativa debolezza dell’architettura narrativa. In realtà Coupland può fregarsene della struttura dei suoi libri, e non per questo deludere il lettore, che in questo intenso e veloce romanzo scoprirà come la vita apparentemente scialba di Liz sia in realtà un luogo di miracoli, un mondo abitato da visioni, la spiaggia su cui forse è venuto ad arenarsi Dio. La telefonata dell’ospedale farà incontrare alla «vergine» Liz suo figlio Jeremy, dato in adozione appena nato, dopo un concepimento misterioso fra i tetti di Roma. Il passaggio di Jeremy, gravemente malato, sarà breve e portentoso come quello di una cometa. Quel figlio mai conosciuto porterà la magia e il divino nella vita scialba di Liz, aprirà porte e finestre destinate a non chiudersi più, per sua madre e per tutta l’umanità. Non a caso il finale del romanzo ricorda quello di 2001: Odissea nello spazio. Liz è tornata, ma non è più la stessa. E lo stesso può dirsi per il lettore di questo splendido, strano e straziante romanzo.