"Dove si fa la messa altre attività non sono ammesse"

Il direttore dei beni culturali ecclesiastici: "Il Concordato prevede norme precise Serve prudenza e rispetto del decoro"

Don Valerio Pennasso, direttore dell'ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l'edilizia di culto della Conferenza episcopale italiana, che cosa dice il diritto canonico sull'uso delle chiese?

«Per prima cosa va chiarito chi è il proprietario e chi ne ha la disponibilità. Non tutte le chiese appartengono a parrocchie o enti ecclesiastici: alcune sono del Fondo edifici di culto che fa capo al ministero dell'Interno, del Demanio, ma anche do comuni e regioni. Oppure concesse in comodato da enti ecclesiastici a soggetti pubblici e privati. La Chiesa non ha giurisdizione ovunque».

E sugli edifici sacri di competenza ecclesiastica?

«Secondo il Concordato, nelle chiese in cui si celebra ancora messa è bene che non vengano ospitate attività diverse dal culto».

Un'indicazione molto chiara.

«In ogni caso si possono svolgere soltanto attività che non siano contrarie alla religione e al decoro. È importare valutare le iniziative e il contesto. In sé presentare un libro potrebbe essere lecito, ma diventare inopportuno in un certo contesto. La Congregazione vaticana per il culto divino ha normato con precisione già nel 1987 l'esecuzione di concerti e musica nelle chiese. Figuriamoci se non ci vuole un'attenzione ancora maggiore per tutto il resto».

Che succede se la chiesa è chiusa?

«Se è destinata ad altre attività ci sarà un accordo per il suo utilizzo. Se una diocesi dà un luogo sacro in comodato a un certo soggetto, il contratto stabilirà che cosa fare e che cosa no. Per esempio, molte diocesi stabiliscono che nemmeno queste chiese vengano concesse per iniziative politiche, compresi i saloni parrocchiali. Meglio evitare scandali e fraintendimenti nei fedeli».

E se il tempio è sconsacrato?

«Le norme prevedono che vengano rimossi tutti i segni sacri, compreso l'altare se è consacrato, perché lì si è celebrata l'eucarestia che è ciò che abbiamo di più caro. Bisogna tenerne conto qualunque iniziativa venga promossa al suo interno. È anche una questione di buon senso».

Se la chiesa appartiene a un privato?

«Se non toglie i segni religiosi contravviene al Concordato, che vale sia per la Chiesa sia per lo Stato italiano».

Una chiesa può ospitare pranzi per i poveri o dormitori per i senza tetto?

«Non vorrei fosse una moda. Intendiamoci, un'urgenza è un'urgenza. Se c'è una calamità o un'emergenza, se non c'è altro posto dove ospitare persone in difficoltà, apriamo tutte le chiese del mondo. È l'opportunità complessiva che va discussa. Occorre una riflessione perché il segno della carità e quello della liturgia non vadano a confliggere. Certo, vedere bottiglie di vino o birra sull'altare non va bene».

Le mostre?

«Ecco, la mucca crocifissa proprio no. I segni non si toccano, la croce non si tocca».

Sfilate di abiti da sposa?

«Si finisce a discutere se la gonna è troppo corta o la scollatura troppo profonda. Davvero non ci sono luoghi alternativi?».

E le notti bianche delle chiese?

«Il tema è importante: come valorizzare un grande patrimonio immobiliare e culturale che non viene utilizzato come settant'anni fa. Se lo chiudo, va in rovina; se lo apro, devo fare iniziative e proposte adeguate al contesto. Occorre una grande cura per dare risposte adeguate, considerando anche la sensibilità dei fedeli. Occorre riflettere bene e dare il giusto rilievo e la giusta importanza ai luoghi e ai contesti. Chi improvvisa di solito sbaglia».