"È dovere dei locali combattere la mala movida"

Lino Stoppani, presidente dei pubblici esercizi (Fipe), richiama i bar alla responsabilità

Se la movida fosse responsabile non ci sarebbero tutti questi problemi. Ne è convinto Lino Stoppani, presidente della Fipe, la federazione che rappresenta i Pubblici esercizi.

Stoppani, cosa dire a discolpa dei locali?

«Più che discolpare i gestori, io li richiamo alle loro responsabilità. È una questione di intelligenza e di sensibilità. Sanno perfettamente che vivere tranquilli e poter dormire di notte è un diritto delle persone». E anche per loro è più vantaggioso lavorare in quartiere dove sono ben accettati».

Quindi cosa può fare un pub oltre a rispettare gli orari e i limiti di decibel?

«Ad esempio i gestori possono adeguare il locale e modernizzarlo installando dei pannelli fono assorbenti. Oppure possono a loro volta invitare i clienti a contenere il rumore. Insomma, devono fare tutto ciò che possono per contenere il disagio. Anche se il problema è rappresentato soprattutto da chi suona e grida per strada e su questo aspetto un gestore non ha responsabilità».

Risolveremo mai il problema della mala movida?

«L'abbiamo alimentato. Penso alla legge sulle liberalizzazioni. Ecco, la mala movida ne è uno degli effetti. D'accordo, la liberalizzazione porterà anche ad aumentare la scelta e ad abbassare i prezzi, ma abbassa la qualità del servizio. Invece ci dovrebbe essere uno sviluppo sostenibile dei pubblici esercizi. Ora se ne aprono 25, tutti attaccati l'uno all'altro, in una stessa via. Un tempo invece esisteva anche un limite di distanza da rispettare».

La nuova legge di Bilancio stabilisce nuove regole per dire se un locale è troppo rumoroso o no. Cosa ne pensa?

«Penso cambi poco o nulla. È vero che si fa una distinzione tra il rumore residuo (ad esempio quello dei tram che passano in una via) e di quello di fondo (la musica del pub o l'aria condizionata che sia). Ma resta comunque la discrezionalità del giudice nel chiedere le misurazioni e considerare le fonti».

Quindi non è vero che la legge rende i criteri più oggettivi?

«Questa sarebbe un'interpretazione un po' forzata. In ogni caso la questione riguarda solo le cause civili, che sono un numero molto ridotto rispetto a quelle penali».