Il Dragone rosso preso per la coda

Manuale per difendersi dagli stereotipi che spopolano in libreria

Il mondo globale e conteso tra capitalismo e comunismo di mercato del presidente Deng non ha cambiato il fascino della Cina. Anzi, l’ha moltiplicato. Se prima a sognare e a straparlare di Pechino era l’intellighenzia, ora il Paese sostituisce le discussioni calcistiche nei bar. Ogni impresa, che abbia 3 o 3mila dipendenti, vuole commerciare o aprire filiali nell’ex Celeste Impero, ognuno di noi deve aver paura di essere licenziato a causa di un operaio cinese che costa un cellulare l’anno, ogni telegiornale economico deve avere i suoi tre minuti di Cina a edizione.
Ma è trovata mediatica, realtà economica, conformismo, o la semplice convinzione che ciò che va bene al miliardo che lascia la bicicletta per il palmare vada bene anche per tutti gli altri? Ai sociologi l’ardua sentenza/sondaggio. Documentata è invece la crescita esponenziale dei libri che cercano di condensare l’alchimia che sorregge il potente volo del Dragone rosso. C’è chi tenta l’approccio storico e accademico, raccontando gli ultimi 50 anni. Così si spiega il successo che ha portato ben in vista negli scaffali delle librerie i tomi di Marie-Claire Bergère (La Cina dal 1949 ai giorni nostri) o la Storia della Cina di J.A.G. Roberts. Libroni ponderosi, spesso nati prima della «Cina-mania». Li si può sfoggiare nelle discussioni a cena, usarli come arma per troncare il dibattito sulle quattro modernizzazioni e il socialismo alla cinese, per citare Hua Guofeng e la transizione neomaoista.
Certo, non vanno bene per una lettura sull’aereo Milano-Hong Kong, quando il terrore dell’incontro con la controparte dagli occhi a mandorla spinge a fare in fretta. In questo caso è meglio rivolgersi a saggi brevi, e qui si potrebbero citare titoli a mitraglia. Fra i tanti (troppi?) vale la pena di nominare Cina di Angelo Rinella. La copertina fortunatamente v’inganna (perché nessuno guarda in fondo dove c’è scritto «Si governano così»). Leggendo scoprite che le 179 pagine non cercano di spiegarvi l’universo mondo cinese. Si tratta di un saggetto, molto ben fatto, fra la storia delle istituzioni e la storia del diritto costituzionale. Alla fine, refusi a parte, scoprirete che almeno l’analisi del sistema costituzionale cinese vi ha dato un’idea del modo di intendere la vita nella più grande Repubblica popolare del mondo. Meglio che essersi sorbiti una serie di luoghi comuni in pillole, il vano tentativo di propinare migliaia di anni di civiltà nel numero di battute in cui un bigino racconta un capitolo dell’Eneide. Questo tacendo per pudore su tutti quei libri che partono con un titolo che può ricordare: «Sun-tzu spiegato ai manager». Se vi capita, infatti, leggete L’arte della guerra di Sun-tzu in un’edizione «normale»: si spiega benissimo da sola.
Se parlate con qualunque imprenditore cinese (non è difficile, sono milioni) scoprirete poi che loro non vedono alcuna connessione tra la guerra, Sun-tzu e l’intermediazione finanziaria. Soprattutto quell’importatore che mi ha detto: «Tutti gli italiani mi dicono di avere letto Sun-tzu. Ma, secondo lei, prima di venire a fare affari in Italia avrei dovuto leggere Il Principe di Machiavelli?».
Conviene piuttosto leggersi il tomo dell’americanissimo Ted C. Fishman: Cina SpA. Racconta gli ultimi trent’anni dell’economia cinese senza troppa filosofia e con capitoletti che toccano quasi tutti i comparti produttivi. Emerge un Paese fatto di regioni, contadini imprenditori, soldi nei materassi e comitati centrali all’inseguimento di una società che fa da sola. Spaventa ancora, ma per altri motivi. Un’impressione che si rafforza se si prende in mano China Candid di Sang Ye, fra i pochi libri di un cinese sui cinesi d’oggi. Sono interviste a zonzo, voci di singoli che non vogliono più saltare tutti assieme per spostare il mondo. Così si può ascoltare un boia, un miliardario che trafficava in vestiti usati, la rabbia di un vecchio sindacalista, i trucchi di una prostituta di Shenzen. Non è certo la Cina, ma nella voce, magari anche un poco recitata, di chi si è lasciato intervistare se c’è del «luogocomunismo» almeno è un «luogocomunismo» tutto cinese, non l’idea che noi occidentali vogliamo a tutti i costi avere.
Perché la colpa non è dei nuovi Rustichello da Pisa ma nostra, che vogliamo una Cina magica, terrifica, affascinante e col denaro che zampilla dalle fontane imperiali. Sarebbe uno svantaggio strategico terribile ma, per fortuna, moltissimi cinesi si immaginano un Occidente magico, terrifico, vestito Armani e con la libertà che zampilla da ogni pubblico ufficio.