Il dramma inglese aspettando Hitler

Estate 1940, borghi, città e campagne mutano aspetto: l’atroce minaccia nazista si sta materializzando...

Pianure del Devon, del Somerset, del Kent. Campagne ordinate, borghi tranquilli. Qui la «dura, carne terribile della vecchia Inghilterra» ha trovato da sempre il suo riposo, dopo tante guerre combattute, in casa d’altri, nei lontani domini coloniali e nella più vicina Europa. Nell’estate del 1940, questo paesaggio idilliaco mutava bruscamente. Il filo spinato recintava il limitare dei campi da golf, dove si addestrava una molto improvvisata milizia territoriale, composta di anziani e riformati alla leva. I segnali stradali venivano rimossi o orientati in modo da confondere gli spostamenti dell’invasore. Abbondanti scorte di bombe molotov erano immagazzinate negli scantinati delle dimore gentilizie. Ogni villaggio si trasformava in una posizione fortificata, munita di sacchetti di sabbia, fossati anticarro, cavalli di frisia e difesa da formazioni militari femminili, riunite nell’«Amazon defence Corps». La Gran Bretagna era dopo molti secoli nuovamente sotto attacco e si preparava alla lotta. Le armate tedesche, dopo aver conquistato mezza Europa, stavano per spiccare il grande balzo al di là della Manica. La Bbc trasmetteva un messaggio monotono e inquietante: «Hitler sta arrivando».
Di questa spasmodica attesa ci parla, oggi, un libro di storia vivace come un romanzo (Midge Gellies, Waiting for Hitler. Voices from Britain on the Brink of Invasion, Hodder & Stoughton, pagg. 358, sterline 7,99), narrando le vicende di tanti piccoli grandi protagonisti di quell’evento, mescolando storia, memoria, biografie personali, utilizzando non soltanto documenti d’archivio ma soprattutto lettere private, diari, testimonianze dei sopravvissuti. Ne esce il ritratto di una nazione orgogliosa, determinata, caparbia nell’incrollabile volontà di difendere la propria terra e il proprio sistema di vita, ma anche la descrizione impietosa delle debolezze e delle lacune di un sistema difensivo che difficilmente avrebbe potuto reggere all’urto della macchina da guerra nazista, una volta che questa fosse riuscita a toccare le mal munite coste dell’isola.
L’esercito inglese, sfuggito dalla morsa di Dunkerque, privo di armi pesanti ed equipaggiamenti, era del tutto inadeguato al compito assegnatogli. La marina, tormentata dagli attacchi sottomarini avversari, non era più in grado di erigere quel muro di navi che nel 1588 seppe tenere a distanza la flotta di Filippo II di Spagna. Anche nei cieli, l’esito della battaglia rimarrà a lungo incerto e sarà deciso a favore della Gran Bretagna solo dopo molte settimane di scontri quando, alla fine di settembre, Churchill tributerà il suo commosso elogio ai piloti della Raf, affermando che «mai, nella storia degli uomini, tanti dovettero la propria salvezza all’eroismo di tanti pochi».
Prima di quel momento, il futuro del popolo inglese rimase nero e incertissimo, come testimoniava il diario di uno dei protagonisti, che si domandava se fosse preferibile «sopravvivere come suddito del Reich o piuttosto morire come libero cittadino britannico». Il libro di Midge Gellies ci offre una ricca campionatura delle esistenze private e comuni che si dipanarono durante quei mesi febbrili. Microstorie di aristocratici, piccoli e grandi borghesi, operai, agricoltori, studenti, moltissime donne, che parteciparono allo sforzo bellico in tutte le attività produttive, sostituendosi agli uomini, chiamati a difendere il «fronte di casa», ma pronte anche a imbracciare un fucile da caccia per fronteggiare la calata dei «nuovi Unni». Quella guerra, infatti, non ammetteva diserzioni. Era impegno totalizzante, che doveva mobilitare tutti senza eccezioni di classe, di sesso, di età.
Fu, infatti, anche una «guerra di bambini», di adolescenti, che abbandonarono le loro famiglie per trovare rifugio nelle regioni meno esposte all’offesa delle armi. Fu guerra, infine, che coinvolse, contro la loro volontà, tutti coloro che come fuoriusciti politici, razziali, o come semplici emigranti avevano trovato nell’Inghilterra la loro terra d’asilo. Sottoposti alle draconiane misure eccezionali che comportavano la reclusione e il trasferimento verso i territori del Commonwealth di tutti i maschi adulti appartenenti a nazioni avversarie, ebrei tedeschi e oppositori italiani del fascismo venivano imbarcati sui convogli che dovevano raggiungere il Canada e l’Australia. Quell’esodo avveniva in compagnia di fanatici sostenitori di Hitler, restati intrappolati in Inghilterra, dai quali i primi dovettero soffrire aggressioni e violenze, sotto lo sguardo dei carcerieri, poco disposti a distinguere la diversa qualità morale e politica dei detenuti.
A quell’odissea partecipava anche Decio Anziani, un attempato sarto di Forlì, di vaghi sentimenti anarchici, stabilitosi a Londra fin dai primi anni del secolo, dove aveva attivamente partecipato alle manifestazioni di propaganda contro l’invasione italiana dell’Etiopia. Prelevato dalla polizia nella sua abitazione londinese, nel giugno del 1940, per essere condotto in un campo d’internamento nell’isola di Man, Anziani toccò con mano, durante il viaggio, il montare dei sentimenti sciovinisti della comunità, che lo aveva fin lì generosamente accolto, testimoniato dalle vignette dei giornali satirici che rappresentavano gli italiani come un «popolo di lavapiatti, di camerieri, di bruti».
Il peggio però doveva ancora venire. Imbarcato sul vapore «Arandora Star», in rotta verso Vancouver, con l’incredibile accusa di essere un simpatizzante fascista, l’artigiano romagnolo perdeva la vita, nei primi giorni di luglio, durante il siluramento della sua imbarcazione al largo della Scozia, quando l’afflusso dei detenuti verso le scialuppe di salvataggio fu colposamente ritardato dall’atteggiamento ostile dell’equipaggio e dei soldati di scorta che li respinsero dai ponti sotto la minaccia delle baionette. Con lui scomparivano nei flutti molti altri prigionieri italiani, vittime senza colpa della guerra di Hitler e di Mussolini.
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