DRUŽNIKOV Anche gli angeli vanno in esilio

Candidato al Nobel nel 2001, molto noto all’estero e curiosamente non in Italia, Jurij Družnikov arriva nelle nostre librerie con Angeli sulla punta di uno spillo (Barberaeditore, pagg. 540, euro 18,50), opera che nella sua prima edizione ha venduto oltre 250mila copie ed è stata inclusa nella lista dei dieci migliori romanzi russi del XX secolo dall’Università di Varsavia. Družnikov fa parte di quella ristretta schiera di intellettuali dotati di «pensiero autonomo» miracolosamente sopravvissuti alla furia del regime comunista in Urss. Censurato in patria per quindici anni, nel 1987 è riuscito ad emigrare negli States e ora insegna alla University of California, a Davis. Angeli sulla punta di uno spillo, pubblicato per la prima volta in Usa nel 1989, è ambientato a Mosca verso la fine degli anni ’60, quando il potere è saldamente nelle mani di Brežnev. Makarcev, direttore della Trudovaja Pravda, crolla a terra colpito da un infarto a pochi passi dal palazzo del Comitato centrale del partito comunista. Lo sforzo costante nel seguire fedelmente la linea del partito non ha certo giovato alla sua salute. Inizia così, tra colpi di scena, un romanzo che coniuga un’eccellente ricostruzione storica e un notevole sense of humor.
Družnikov, che cosa ricorda dei tempi della censura?
«Il mio problema è che sono nato con un grave difetto, il senso dell’umorismo. Il mio primo libro - la raccolta di racconti Non va mai a modo mio - fu pubblicato a Mosca nel 1971. L’editore fu gentile: non notò che, fra le righe, le storie parlavano di personaggi dalla vita fallimentare, in contrasto con l’idea di efficienza propagandata dal regime. Comunque l’Unione Sovietica non era felice di avere un cittadino come me, sentimento che contraccambiavo. Diversi fra i miei scritti furono proibiti, le proteste di scrittori e politici occidentali mi salvarono dal gulag. Mi ritirarono il passaporto e mi cacciarono. Era il 1987. Andai a Roma. Ricordo che mi piazzai proprio al centro del Colosseo e cominciai a piangere come un bambino».
Lei riuscì a fondare una sua casa editrice nonostante fosse stato radiato dall’Unione degli Scrittori Sovietici e dichiarato traditore della patria. Non aveva paura?
«Ho temuto il peggio quando, durante una perquisizione della polizia segreta nell’appartamento del mio amico scrittore Georgy Vladimov, fu trovata una parte del mio manoscritto. E dopo che Andropov, che all’epoca era il capo del Kgb, si riconobbe nel personaggio di Kegelbanov. Non fui arrestato: non avevano fretta, e forse Andropov era curioso di vedere che cosa gli sarebbe accaduto nel romanzo che stavo ultimando. Ma poco dopo morì. In quel periodo, ogni volta che sentivamo pronunciare il mio nome a una radio straniera, mia moglie si faceva prendere dal panico, mentre io mi sforzavo di non apparire spaventato».
Che cosa provò quando nel 1985 il Kgb le impose di scegliere fra l’internamento e il manicomio?
«Scrivere era un’attività che esercitavo a mio rischio e pericolo. In qualunque momento potevano farti sparire. Avevo comunicato le mie volontà a mia moglie e a pochi amici. Se un giorno non fossi tornato a casa, qualunque cosa avessi potuto dire dopo le loro iniezioni, le mie carte avrebbero dovuto essere pubblicate all’estero. Ma all’improvviso arrivò una tempesta di lettere di protesta da parte di scrittori occidentali (Kurt Vonnegut, Arthur Miller, Elie Wiesel), dal Congresso americano, dall’International Pen Club, da studenti italiani eccetera. Una grande solidarietà».
Che cosa provò quando il suo libro fu pubblicato dopo il colpo di Stato a Mosca nel 1991?
«Furono fatti diversi tentativi per pubblicare Angeli sulla punta di uno spillo durante la glasnost. Perfino alcuni libri di Solženicyn furono dati alle stampe, ma non il mio romanzo. Credo sia stato il Kgb a porre il veto. In seguito, dopo il crollo dell’Urss, in sole tre settimane il mio libro vendette 250mila copie (e forse molte di più, se consideriamo quelle illegali). Per me fu come essere nato una seconda volta. I russi poterono leggere Il dottor Zivago di Pasternak 31 anni dopo la sua pubblicazione in Italia; furono sufficienti invece solo 25 anni perché fosse consentito di leggere il mio romanzo. Un bel passo avanti».
Quali sono secondo lei i più grandi mali del comunismo e del capitalismo?
«Sotto il comunismo la gente è vittima di un futuro che non arriva mai. Invece, sotto il capitalismo la gente ha già sperimentato il futuro e qualcuno desidera provare il comunismo. Il comunismo è perfetto per i pigri e i conformisti. Così essi ricevono tutti i giorni pane e vodka a buon mercato dal governo. Il capitalismo è fatto per chi ha spirito d’iniziativa ed è pieno di energie: nel mondo capitalistico gli individui sono responsabili di ogni cosa, persino di ciò che fa il governo. Non c’è una verità assoluta sulla terra, e direi che non ce n’è una nemmeno nell’intero universo».
Nostalgia del suo Paese?
«Ho un passaporto americano e posso recarmi ovunque, inclusi i Paesi dell’ex blocco sovietico. Ma se voglio tornare nella mia madrepatria devo chiedere un permesso e pagare per un visto. E chi decide se concedermelo o meno? Dei mediocri chiusi nei loro uffici segreti a Mosca. Questo è ancora più ridicolo se pensiamo che più di un milione di clandestini attraversa i confini russi ogni anno. E, una volta entrati, riescono a comprarsi la cittadinanza con una bustarella di 200 dollari. Il mio motto è nelle parole pronunciate da Thomas Mann durante gli anni trascorsi in California: “Dove sono io, c’è lo spirito tedesco”. Mi basta cambiare la parola “tedesco” con “russo”. No, non ho nessuna nostalgia. Tutti i fuoriusciti dalla Russia e da ogni altro Paese del mondo sono i benvenuti nella mia casa in California».
E la Russia di Putin?
«Dietro il nuovo nome di Fsb (Federalnaya Sluzhba Bezopasnosti, ndr) si nascondono i vecchi quadri dirigenti del Kgb. O, se preferisce, può chiamarla mafia di Stato, potenziale dittatura della polizia segreta, o persino democrazia alla Russa. Hanno 800mila ufficiali e circa 11 milioni di informatori sparsi in tutto il Paese e anche all’estero. Ciò significa che, in Russia, ogni quattordici persone una fa la spia alla polizia riferendo ogni tuo passo. In breve, il succo della mia risposta è che, sì, mi piace il signor Putin. Almeno si capisce a chi appartiene. Ma mi resta la tristezza di dover constatare che ciò che avevo denunciato nel mio romanzo Angeli sulla punta di uno spillo si è realizzato: la vera democrazia in Russia è ancora lontana da venire, non dobbiamo illuderci». m.gersony@tin.it