Due magie e un gestaccio e Ibra trascina l’Inter

Dopo i fischi alla squadra, lo svedese porta in vantaggio i nerazzurri
e se la prende con i tifosi. Poi offre a Muntari una palla d’oro. Inter in difficoltà per tutto il primo tempo, contestazione nell'intervallo. Ammonito, il bomber salterà la sfida con Chievo

Milano Meno male che c'è Zlatan. Mourinho venerdì ha spiegato che uno come lui è felice solo quando vince, e questo significa grande ambizione. Da uno così si deve accettare tutto, perfino che parli male del suo allenatore. Figurarsi di una curva. Ibra ieri sera si è caricato sulle spalle la peggior Inter della stagione, ha corso avanti e indietro come un pivello, ha liberato la sua area con incornate vincenti e l'Inter dalle sue ansie al 13' della ripresa con una rete magistrale per forza, astuzia e precisione. È stata la sua ventunesima, lui è anche il calciatore che detiene il maggior numero di tiri a rete del campionato, 114, e in porta, 65, un maestro, senza dubbio il miglior attaccante in circolazione in Italia. Frega poco che dopo la sua rete e l'assist vincente a Muntari abbia zittito la curva portandosi l'indice al naso e anche qualcosa d'altro. Sono segnali della tensione che gli è montata dentro e in pochi hanno capito, e che lo hanno portato all'ammonizione che lo terrà lontano da Verona. Intanto da solo ha messo l'Inter sulla carrozza del 17° scudetto.
Ma era un'Inter pensata male, con Figo e Mancini molto larghi e lontani da Ibra, lenta e senza idee. Al 38' sono arrivati i primi fischi, José Mourinho era in piedi e ci aveva messo del suo quando dopo un fallo di Santon su Del Nero a mezzo metro dalla sua panchina, si era preso con Tagliavento. Non aveva una bella faccia José, ed era la stessa della sua squadra. Peggio di Napoli, neppure un tiro in porta, una fatica boia a uscire dalla sua metà, mancanza totale di idee nella trequarti dove Muntari e Cambiasso hanno lavorato senza un briciolo di fantasia, mentre Zanetti ha capito subito che il giovane Santon aveva bisogno di assistenza continua. La Lazio è partita cauta, poi ha capito che davanti aveva il vuoto, Zarate ha messo a soqquadro l'intera difesa interista, al 25' Samuel è uscito pesantemente e lo ha abbattuto a dieci metri dall'area dopo che l'argentino aveva fatto slalom senza ritegno fra i campioni d'Italia. Dieci minuti dopo si è ripetuto fra Zanetti, Cambiasso, Chivu e Samuel, trovando anche il tempo per scaricare un destro preciso che Julio Cesar ha sollevato sopra la traversa. Fra una fulminata e l'altra dell'argentino, Rocchi si è inserito con una iniziativa che ha costretto quattro interisti a rincorrerlo e a giocarsi chi di loro lo avrebbe atterrato. E a pochi minuti dallo scadere dei primi 45', Chivu ha platealmente trattenuto la maglietta di Zarate che se ne stava andando palla al piede sulla sinistra di Julio Cesar.
Se non dovesse bastare per descrivere i primi 45' più scialbi dell'Inter a San Siro, ci sono ulteriori considerazioni. Figo è stato il più attivo, ha anche servito un ottimo pallone a Ibra in piena area con palla colpita di testa, fuori di pochissimo alla sinistra di Muslera. Poi lo svedese si è esibito in un assist per Mancini, sempre in piena area, con palla colpita male. Il brasiliano ha evidenziato tutte le magagne emerse quest'anno sul suo conto, non ha azzeccato un solo maledetto pallone e, taccuino alla mano, è riuscito ad andare quattro volte consecutivamente in fuori gioco in soli 17': un record difficilmente superabile con la gente che sapeva già in anticipo cosa avrebbe fatto del pallone se disgraziatamente i suoi amici glielo passavano.
Tutti si immaginavano che dopo l'intervallo José avrebbe sistemato le cose, o perlomeno ci avrebbe provato. E invece nello stupore generale l'Inter si è presentata allo stesso modo: lunghi lanci dei difensori, Figo ormai esausto con Mancini, tentativi isolati di risolvere personalmente la faccenda, Ibra sempre più triste.
È anche vero che le alternative erano scarse, perfino Maxwell è venuto a mancare dopo l'ultimo allenamento a causa di una contusione al ginocchio sinistro. Alla fine hanno pagato Mancini e Santon, obiettivamente i più deludenti, Zanetti è scalato, Crespo si è messo a dare una mano davanti e Vieira ha fatto il play: con queste tristi prospettive l'Inter ha cercato questi tre punti fondamentali per il suo campionato e l'atmosfera era delle peggiori. Fino allo show di Ibra, con la curva azzittita, soprattutto il primo anello verde, ma anche dal secondo erano partiti mugugni e mai un coro a favore del maestro. Mentre si erano sprecati quelli a favore dei laziali.