Da Dylan all'astrologia, il De André segreto in parole e immagini

Una raccolta di foto di Guido Harari e l'analisi delle sue canzoni svelano l'artista

«Io sono un moralista. Credo che il fine della canzone sia quello, se non proprio di insegnare, almeno di indicare delle strade da seguire, dei codici di comportamento. C'è una morale più o meno dappertutto nelle mie canzoni». Così scriveva Fabrizio De André parlando della sua opera, un'opera preziosa e frastagliata che viene raccontata in due nuovi libri: Sguardi randagi, meraviglioso libro fotografico con molti scatti inediti di Guido Harari (Rizzoli, 256 pagg. 45 euro) e Tutto De André. Il racconto di 131 canzoni di Federico Pistone (Arcana, pagg. 221, euro 16,50). È ancora vivo il dibattito sul corpus di canzoni di De André, sul suo ruolo di padre della canzone d'autore se non della poesia italiana. «Cultura - diceva - è per me il tentativo riuscito, da parte dell'uomo, di modificare la realtà a suo e altrui vantaggio. Quindi credo di aver fatto anche della cultura, non con i testi e le musiche, ma con certi miei comportamenti: una cultura di cui nessuno sa un cazzo. La cultura è sempre in movimento, non istituzionalizzabile. Per questo chi fa cultura è sempre contrario alle leggi, alle istituzioni, che cercano invece di preservare tutto come prima». Era un uomo che non accettava compromessi e andava sempre e comunque «contro», sempre comunque «moralista» alla maniera descritta qui sopra. Anche un po' guascona, come quando decide di rileggere Romance In Durango di Bob Dylan, storia di morte fuga e frontiera riadattata in italiano, con il ritornello cantato in spagnolo misto ad inglese. Sa trasformare le cose Fabrizio facendole vedere al tempo stesso profondamente reali. «Come Genova, Fabrizio è aspro e rugoso - dice di lui l'amico archistar Renzo Piano -; però è anche gentilissimo. Cocciuto, ostinato, silenzioso. Proiettato all'interno, nella durezza della pietra, e all'esterno, verso il mare. Un mare che in Fabrizio non è mai freddo e solitario, ma affollato di pesci, pescatori e marinai».

Cita, cita molto e cita bene Fabrizio. Cita ne La buona novella e in Non al denaro non all'amore né al cielo, ispirato da Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Lo incide nel 1971 e un anno dopo un album così «difficile» è ancora in vetta alle classifiche di vendita, mentre in Italia risplendono le Luci a San Siro di Roberto Vecchioni e Nicola Di Bari e Nada vincono il Festival di Sanremo con Il cuore è uno zingaro. Ma i personaggi che muovono il ricordo, che dormono sulla collina (da Elmer il debole ucciso dalla febbre a Bert il buffone ucciso in una rissa passando per i tormentati personaggi femminili come Mag, massacrata in un bordello) lasciano il segno sul pubblico italiano. Poco si è parlato della passione di Fabrizio per l'astrologia... Il cantautore aveva studiato a fondo i libri di Lisa Morpurgo e di Nicola Sementovsky-Kurilo, dai quali non si separava mai. Harari, oltre alle foto, racconta i segreti di De André, da quando faceva l'oroscopo agli amici al rapimento di cui dice: «Del sequestro non parlammo mai... Intuivo una ferita profonda, anche se Fabrizio, da poeta qual era, l'aveva liquidato come un incidente della felicità. In qualche modo, l'aveva poi esorcizzato in una canzone, Hotel Supramonte. Quel che contava davvero è che, assieme a Dori, avesse scelto di continuare a vivere in Sardegna, all'Agnata».

Si può dire che De André abbia sdoganato in Italia George Brassens (da Il gorilla a Le passanti a Morire per delle idee) e Leonard Cohen, per non parlare del Villon di Storia di un impiccato; così nel 1974, spinto da Francesco De Gregori, si butta su Dylan e trasforma Desolation Row in un bestiario della cultura occidentale, cambiando nella sua versione di volta in volta i personaggi (da Wojtyla a Cicciolina, da Pertini a Sofia Loren) «dimostrando di non farsi troppi scrupoli a maltrattare la traduzione del disco». (Nel 2015 lo stesso De Gregori, nel suo album dedicato ai brani di Dylan, riproporrà la canzone con un testo più aderente all'originale).

Che barba De André, dirà qualcuno, che invece nelle tournée, come quella con la Pfm che lo proiettò nel mondo del rock, era anche un impenitente goliarda. Ricorda Harari (che ai concerti ha raccolto copioso materiale fotografico): «Via del campo poteva essere preceduta da un A gentile richiesta La vie en rose!». Lingua spagnola e dialetto gallurese sapevano fondersi in un'impennata di world music ante litteram, quando Zirichiltaggia veniva anticipata da una dirompente La cucaracha. Nulla a confronto con l'upgrade de La guerra di Piero che diceva: «Caghi nascosto in un campo di grano, e per pulirla non hai che la mano».