E adesso il ct continui il rinnovamento

Cracovia - Adesso che conosciamo il lieto fine della vicenda Prandelli, possiamo anche occuparci di tutto il resto. E cioè del magnifico europeo giocato dalla sua Italia e di quel che rimane a luccicare, sotto la coperta del 4 a 0 ricevuto dalla Spagna in finale, del nostro calcio. È una fortuna che Prandelli abbia rotto ogni indugio e sorvolato su qualche dissidio con i club e la Lega, per riaffermare la bontà del suo lavoro e per stabilire alcuni punti-chiave. La rotta imboccata dalla Nazionale è quella giusta e non è più possibile tornare indietro perché il pubblico italiano ha apprezzato, perché i riconoscimenti dei tecnici stranieri sono arrivati e perché l'adesione convinta degli interessati è un patrimonio da mettere all'incasso. Una partita, una sola, anche se la più attesa e la più importante, insomma la finale, non può cancellare quel che di buono e di sano, di prezioso ha raccolto l'Italia di Prandelli con un lavoro certosino. Abbiamo toccato il cielo con un dito, perciò la ricaduta è stata dolorosa oltre che rumorosa. Ma il risultato più evidente è il gioco, la filosofia data al gruppo, non più impegnato ad alzare barricate, non più dedito solo a spezzare le altrui trame e a rifugiarsi in qualche fortino, disposto invece a correre qualche rischio in più al fine di avere il pallino in mano e di dettare le proprie trame, di realizzare fino in fondo il proprio copione.

Sulla notte di Kiev, al ct si possono muovere pochi appunti. Forse uno solo: la decisione di cambiare Montolivo con l'usurato Thiago Motta. Il ko del parigino di fatto ha trasformato una ripresa inaugurata dalle due palle-gol sprecate da Di Natale, in un calvario. Il crollo finale è conseguenza diretta di due fattori evidenti. Primo fattore: la condizione fisica davvero precaria. Il gruppo è giunto all'atto finale con il serbatoio completamente vuoto; prodigioso invece il recupero degli spagnoli che sembravano sfiniti col Portogallo e sono apparsi caricati a pallettoni qualche giorno dopo. La molla, come al solito è stata la motivazione, la voglia di spazzare via dubbi sulla conclusione del ciclo e sulla capacità italiana di lanciare la rete intorno ai palleggiatori di conio catalano. Secondo fattore: l'assenza di ricambi, da concentrare nella finale, a dispetto dei meriti acquisiti dai protagonisti della cavalcata. Il Ct ha riconosciuto l'errore: glielo possiamo perdonare. Lo commise, ai tempi, anche Arrigo Sacchi a Pasadena lasciando Baggio ferito davanti al Brasile.

Da domani comincia un altro capitolo di questa bella storia. Che deve fare rima col rinnovamento. Coraggioso fino al punto di rischiare nel girone di qualificazione pur di mettere in sella gente come Ranocchia e Borini, Destro e Verratti, cogliendo al volo quel che di utile può arrivare dalle officine del campionato, per esempio da Conte a Torino o da Zeman a Roma. Non sarebbe male se anche Allegri, con il Milan, partecipasse a questa rivoluzione sotterranea, magari cogliendo al volo la partenza di Robinho per dedicarsi a El Shaarawy: potrebbe tornare utile al proprio club oltre che alla Nazionale. I due nodi sono rappresentati da Pirlo e Buffon: nessuno dei due ha voglia di farsi da parte, pensano alla Confederation cup e magari anche al Brasile, sfidando la carta d'identità. Siamo un paese vecchio e se vogliamo avere una qualche speranza dobbiamo anche avere il coraggio di accompagnare i grandi vecchi al capolinea.